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Uji: cosa vedere tra Byodo-in, tè verde e Nintendo Museum

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Articolo aggiornato al 2026

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Tempo di lettura: 24 minuti

Uji è uno di quei posti che scopri quasi per caso mentre ti sposti tra Kyoto e Nara, e poi finisci per chiederti come mai non ci sei mai stato prima. È una cittadina tranquilla, famosa per il tè verde più buono del Giappone e per un tempio talmente iconico da finire sulle monete da 10 yen. Ma al di là dei luoghi da cartolina, Uji è soprattutto un luogo che si vive con calma: passeggi lungo il fiume, ti fermi a provare un matcha appena montato, visiti un tempio, e ti ritrovi in quella dimensione sospesa che raramente si trova nelle grandi città.

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Cosa vedere a Uji

Byodo-in: il tempio della Fenice che tutti conoscono… anche senza saperlo

Arrivare davanti al Byodo-in è uno di quei momenti in cui ti rendi conto di aver già visto quel posto mille volte senza ricordarti dove. La verità è semplice: questo tempio è talmente iconico da essere finito sulla moneta da 10 yen. E quando te lo ritrovi davanti, con il Padiglione della Fenice che sembra galleggiare sullo stagno, capisci subito perché.

Il complesso è grande, curato in ogni dettaglio e immerso in quella tranquillità che Uji riesce sempre a tirare fuori anche nelle giornate più affollate. La camminata che porta verso il padiglione è una delle più piacevoli della città, soprattutto al mattino presto.

Visitare l’interno del Padiglione della Fenice

C’è una cosa importante da sapere: l’ingresso all’interno del padiglione richiede un biglietto extra (di solito si paga sul posto e gli ingressi sono a orari prestabiliti, a gruppi).
Lo dico senza girarci intorno: io non lo consiglio.

All’interno infatti trovi quasi esclusivamente repliche di ciò che è già esposto nel museo adiacente — che tra parentesi è fatto molto bene — e non ci sono spiegazioni in inglese (viene consegnato un foglio con una breve spiegazione), solo in giapponese. È interessante per chi vuole proprio spuntare la casella “sono entrato anche dentro”, ma per la maggior parte delle persone non offre quel valore in più che ci si aspetterebbe. Molto meglio dedicare quel tempo al museo e ai giardini, secondo me.

La storia del Byodo-in

Il Byōdō-in nasce nel 1052, in pieno periodo Heian, come villa aristocratica della potente famiglia Fujiwara. Era una residenza elegante, immersa nella natura e pensata per rappresentare il prestigio della casata in un’epoca in cui la raffinatezza a corte era diventata una vera forma d’arte.

Un anno dopo, nel 1053, Fujiwara no Yorimichi decise di trasformare la villa in un tempio buddhista e di costruire il celebre Padiglione della Fenice (Hōō-dō). L’idea era quella di creare una sorta di rappresentazione terrestre della Terra Pura di Amida: un luogo di pace perfetta, armonia e bellezza.

Il padiglione, con la statua di Amida al centro e le sue linee eleganti che sembrano aprirsi come le ali di una fenice, era pensato per evocare proprio questa immagine di salvezza e rinascita.

Il tempio originario era molto più grande dell’attuale: la maggior parte degli edifici andò perduta nei secoli, soprattutto durante conflitti e incendi. Il Padiglione della Fenice però sopravvisse  ed è l’unico edificio della struttura originale ancora in piedi.

Nel corso del tempo è diventato un simbolo nazionale, celebrato nell’arte, sulla valuta e in tantissime rappresentazioni iconiche del Giappone tradizionale.

Il Museo Hoshokan del Byodo-in

Uscendo dal giardino, ti ritrovi davanti all’Hoshokan, il museo moderno che raccoglie i tesori originali del tempio. È uno di quei posti che non colpiscono dall’esterno, ma che all’interno ti fanno davvero capire quanto il Byodo-in non sia solo un luogo “da foto”, ma un pezzo fondamentale della cultura giapponese.

La cosa più importante da sapere è che qui si trovano gli originali, mentre nel Padiglione della Fenice molte statue che vedrai sono repliche. Per questo il museo è, di fatto, la parte più interessante della visita.

Appena entri, l’atmosfera è silenziosa, quasi ovattata. La prima sala è dedicata alle 52 figure degli Unchū Kannon, gli spiriti celesti che decoravano il soffitto del Padiglione della Fenice. Sono piccoli, sospesi in pose dinamiche, e sembrano davvero fluttuare: sono dettagli che dal vivo, nella struttura esterna, non riusciresti mai ad apprezzare.

Poi arrivi davanti alla statua originale dell’Amida Nyorai, scolpita da Jōchō nell’XI secolo con la tecnica yosegi-zukuri. È molto più imponente e luminosa rispetto alle foto che circolano sul web, ed è probabilmente il pezzo più prezioso dell’intero complesso.

Il percorso continua tra pannelli dedicati alla storia del tempio, reperti ritrovati durante gli scavi e una ricostruzione del Padiglione nel suo aspetto originario. Tutto è spiegato anche in inglese, il che aiuta parecchio se non hai dimestichezza con il giapponese.

Il museo non è enorme, ma è curato nei minimi dettagli: vale assolutamente la visita, soprattutto se vuoi capire il contesto storico e artistico del Byodo-in e non limitarti alla classica foto del Padiglione della Fenice riflesso nello stagno.

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Ujigami-jinja, il santuario “guardiano” di Uji

Lasciato il fiume e le vetrine di matcha, basta salire di qualche minuto lungo il sentiero per ritrovarsi davanti a Ujigami-jinja, un piccolo santuario nascosto nel verde che in molti considerano il più antico santuario shintoista originale del Giappone. Qui l’atmosfera cambia subito: niente folle come al Byodo-in, solo il rumore dell’acqua e del bosco, e un complesso che fa parte dei monumenti UNESCO dell’antica Kyoto.

Secondo la tradizione, il santuario è dedicato all’imperatore Ōjin e ai suoi figli, i principi Uji no Wakiiratsuko e Nintoku. La leggenda racconta di una lotta di successione: il trono sarebbe dovuto passare al più giovane, Wakiiratsuko, ma lui lo rifiutò ritenendo il fratello più adatto. Il conflitto rimase irrisolto finché il principe, per sbloccare la situazione, si tolse la vita gettandosi nel fiume Uji; in seguito Nintoku salì al trono e a Uji venne eretto un santuario in onore del padre e dei due figli, come omaggio al sacrificio del principe.

Appena entri troverai sul lato il piccolo pozzo di Kirihara-sui, una delle “Sette acque famose di Uji”: è una sorgente considerata sacra, ancora usata per i riti di purificazione e tradizionalmente apprezzata per la qualità dell’acqua, ideale per il tè (oggi non è più potabile così com’è, va trattata).

Dal punto di vista architettonico, la parte più interessante è il honden, l’edificio principale che non vedi direttamente: è nascosto all’interno di una sorta di “cassa” di legno e considerato il più antico esempio esistente di stile nagare-zukuri. In questo stile il tetto a due falde si allunga in avanti in modo asimmetrico formando una specie di portico, e nel caso di Ujigami-jinja copre tre piccoli santuari affiancati, con quello centrale più grande degli altri due. Sapere che questa struttura risale all’XI secolo rende la visita ancora più particolare: stai guardando una delle radici dell’architettura dei santuari shintoisti in Giappone.

Davanti al honden c’è l’haiden, la sala delle preghiere, con il pavimento rialzato, il colonnato in legno e le due piccole collinette di sabbia (tatesuna) che rappresentano montagne sacre e servono a purificare lo spazio. L’haiden è in stile shinden-zukuri, un tipo di architettura che rimanda alle dimore aristocratiche dell’epoca Heian, e risale al periodo Kamakura.

Nel complesso Ujigami-jinja è una tappa veloce ma molto diversa dal resto di Uji: non vai per i “wow” fotografici, ma per prenderti una mezz’ora di silenzio tra leggende, acqua sorgiva e uno dei santuari più antichi del paese, costruito nello stesso stile che poi ha influenzato tantissimi altri jinja in Giappone.

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Uji-jinja, il santuario del coniglio che si gira indietro

Scendendo dal sentiero che collega Ujigami-jinja al fiume, ti ritrovi quasi senza accorgertene davanti al torii arancione di Uji-jinja. È il “santuario in basso”, nato dallo stesso complesso di Ujigami e separato solo in epoca Meiji: un tempo erano un’unica realtà, il Rikyūkamisha, che proteggeva Byodo-in e l’intera zona di Uji.

L’atmosfera è più raccolta e intima rispetto al vicino santuario patrimonio UNESCO. Il recinto è stretto tra il pendio e gli alberi, le costruzioni sono compatte e la sensazione è quella di essere dentro un piccolo santuario di quartiere… che però nasconde una storia molto più antica. Il padiglione principale risale al primo periodo Kamakura ed è costruito in stile nagare-zukuri “a tre campate”, con il tetto che scivola in avanti a proteggere l’ingresso: se hai appena visitato Ujigami noterai la parentela, anche se qui le proporzioni sono diverse. L’edificio è considerato Bene Culturale Importante a livello nazionale.

Anche qui i protagonisti sono gli stessi personaggi leggendari che hai incontrato a Ujigami-jinja: l’imperatore Ōjin e soprattutto suo figlio Uji no Wakiiratsuko, il principe che rinuncia al trono in favore del fratello. A Uji-jinja però l’attenzione si sposta su un dettaglio curioso della sua storia: durante il viaggio da Kawachi verso Uji, il principe si perde, e a riportarlo sulla strada giusta è un coniglio che cammina davanti a lui, voltandosi di continuo per controllare che lo stia seguendo. Da qui nasce la figura del Mikaeri Usagi, il “coniglio che si gira indietro”, messaggero della divinità che guida le persone verso la direzione corretta.

Tutto il santuario gioca su questo tema. Le lanterne lungo la staccionata, le tavolette votive appese al recinto, gli omamori e gli omikuji sono pieni di conigli bianchi con gli occhi rossi che si guardano alle spalle: è quasi impossibile non tornare a casa con almeno un portafortuna a tema. Qui le grazie richieste vanno soprattutto nella direzione dello studio, degli esami e della nascita serena di un bambino; non è raro vedere famiglie e studenti che vengono a lasciare una tavoletta con disegnato il loro coniglio personalizzato.

Dal punto di vista della visita non ti serve molto tempo: il complesso è piccolo e si gira in pochi minuti, ma secondo me vale la pena fermarsi un po’ di più. Uji-jinja è anche un buon punto di passaggio: da qui in pochi passi torni verso il fiume e la via dei negozi di matcha, oppure risali di nuovo verso Ujigami-jinja se vuoi rivedere il santuario “gemello” con una luce diversa.

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Kosho-ji, il tempio zen nascosto tra gli aceri di Uji

Il Kosho-ji è uno di quei posti che rischi di saltare se hai poco tempo a Uji, perché tutti corrono diretti al Byodo-in. In realtà è proprio qui che Uji cambia ritmo: ti allontani dal fiume, imbocchi una salita tranquilla in mezzo agli alberi e, passo dopo passo, ti ritrovi davanti a un vero monastero zen ancora vivo, non solo “da cartolina”.

Il tempio appartiene alla scuola Sōtō dello zen ed è relativamente “giovane” rispetto ad altri luoghi di Uji: la fondazione risale al XVII secolo, per volontà del signore locale Nagai Naomasa. La tradizione collega però Kosho-ji alle figure di Dōgen e alle origini dello zen Sōtō in Giappone, quindi non sei in un tempio qualsiasi, ma in un luogo che richiama le radici di questa corrente.

Già l’accesso è una piccola esperienza a sé. La strada che sale verso il tempio è conosciuta come Kotozaka: in autunno le foglie degli aceri formano una specie di tunnel, con il profilo dei tetti che spunta tra il rosso e l’oro. In altri periodi dell’anno l’atmosfera è più sobria, ma resta quella sensazione di essere un po’ fuori dal mondo, pur trovandoti a pochi minuti a piedi dal centro di Uji.

Dentro il complesso la prima cosa che colpisce è la composizione degli edifici: il portale, la sala principale, i corridoi in legno che corrono bassi, i giardini con pietre e pini potati a mano. Qui è tutto a misura d’uomo, pensato per la pratica quotidiana. Se entri negli spazi interni (biglietto a parte rispetto all’accesso al giardino) ti ritrovi in una serie di sale utilizzate per la vita monastica, con tatami, piccoli altari, e una stanza dedicata alla meditazione zazen, dove i cuscini sono allineati lungo le pareti, pronti per le sessioni guidate dai monaci nei giorni stabiliti.

Il giardino secco, visto dal corridoio di legno, è uno dei punti in cui viene naturale fermarsi un po’ di più. Rocce, lanterne di pietra e vegetazione tagliata in modo quasi grafico creano un quadro che cambia con la luce delle diverse ore del giorno. Non è un giardino enorme o famoso come altri in Giappone, ma funziona bene proprio per questo: ti permette di godertelo con calma, spesso in silenzio, senza gruppi organizzati che ti passano davanti.

Se hai già visitato Byodo-in e i santuari lungo il fiume, Kosho-ji è il posto giusto per chiudere la giornata a Uji con un momento più raccolto. È il tempio che consiglierei a chi vuole farsi un’idea concreta di cosa significhi la pratica zen nella quotidianità: niente effetti speciali, ma edifici curati, un giardino sobrio e quella sensazione di lentezza che, dopo un po’ di giorni in Giappone, fa solo bene.

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Foto di 663highland - Own work, CC BY 2.5, Link

Il fiume Uji, l’isolotto dei cormorani e il ponte Uji-bashi

Uno dei motivi per cui Uji resta così impressa è che, a differenza di altre mete più famose, qui il fiume è davvero parte della vita quotidiana. Dopo aver visitato templi e santuari, vale la pena prendersi un po’ di tempo per camminare lungo le sue rive e attraversare con calma i ponti che collegano le due sponde.

Uji-bashi è il ponte principale, quello che probabilmente attraverserai arrivando dalla stazione. Da qui hai una bella visuale sul fiume e sulle colline intorno, e capisci subito quanto l’acqua sia stata importante per la città fin dall’epoca antica. Se hai tempo, fermati qualche minuto a guardare le barche ormeggiate e il via vai delle persone: è uno di quei punti in cui Uji mostra il suo lato più “vissuto”, non solo turistico.

Dall’altra c’è l’Asagiri-bashi, il ponte pedonale rosso che collega la riva all’isolotto al centro del fiume. È proprio su questo isolotto che si nota la gabbia dei cormorani, gli uccelli usati per la pesca tradizionale notturna. Fuori stagione può sembrare solo una struttura un po’ curiosa, ma se sai a cosa serve acquista subito un altro significato: qui, nelle sere d’estate, partono le barche per l’ukai, la pesca con i cormorani che illumina il fiume con le torce.

Camminare tra Uji-bashi e l’Asagiri-bashi, magari al tramonto, è un modo semplice  vedere Uji da un punto di vista diverso, più legato all’acqua e alle sue tradizioni che ai soli templi.

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Murasaki Shikibu, la statua sul fiume e il Museo del Genji

Arrivando al ponte Uji-bashi è difficile non notarla: seduta con un rotolo aperto in grembo, lo sguardo rivolto al fiume, c’è Murasaki Shikibu. La statua è stata collocata qui, all’estremità occidentale del ponte, perché Uji è legata in modo profondissimo alla sua opera più famosa, il Genji Monogatari, considerato da molti il primo “romanzo” della storia. Gli ultimi dieci capitoli della storia, le cosiddette “Uji jujo”, sono ambientati proprio qui, tra il fiume, i ponti e le colline che ancora oggi vedi intorno a te.

Murasaki Shikibu era una dama di corte dell’epoca Heian, vissuta all’inizio dell’XI secolo. Trascorse gran parte della sua vita alla corte imperiale di Kyoto, osservando intrighi, storie d’amore e giochi di potere del mondo aristocratico. Da queste osservazioni è nato il Racconto di Genji, un’opera monumentale in 54 capitoli che segue la vita sentimentale del “Principe splendente” Hikaru Genji e, negli ultimi capitoli, le vicende dei suoi discendenti. Non è solo una storia romantica: dentro ci sono buddismo, riflessioni sull’impermanenza, politica di corte e un ritratto finissimo della sensibilità giapponese.

Per capire meglio quanto Uji sia intrecciata a questo libro basta fare raggiungere il The Tale of Genji Museum. È un museo pubblico dedicato interamente al Genji Monogatari e, in particolare, ai capitoli ambientati a Uji. Dentro trovi ricostruzioni a grandezza naturale delle residenze aristocratiche, modelli, costumi dell’epoca Heian e video che spiegano la trama e i personaggi in modo molto più accessibile rispetto al testo originale, notoriamente non leggerissimo. L’idea è farti “entrare” nel mondo del Genji: attraversi stanze che ricreano la corte, vedi carrozze trainate da buoi, kimono a dodici strati e perfino scene degli “Uji chapters” messe in scena con scenografie e proiezioni.

Se già conosci il romanzo, passeggiare sul lungofiume dopo la visita diventa un gioco di riconoscimenti: i ponti, la nebbia sul fiume, le colline sullo sfondo… tutto richiama l’atmosfera malinconica degli ultimi capitoli. Se invece non l’hai mai letto, la statua e il museo funzionano un po’ come una porta d’ingresso: non serve essere appassionati di letteratura per apprezzarli, ma aiutano a vedere Uji non solo come una cittadina carina sul fiume, bensì come un luogo che ha contribuito a cambiare per sempre la storia dei romanzi.

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Uji e il tè verde: dove nasce il vero matcha 

A Uji il tè verde non è un semplice souvenir: è la ragione per cui questa cittadina è diventata famosa in tutto il Giappone. Qui la coltivazione del tè inizia già in epoca Kamakura, quando i monaci portano i semi dalla Cina e scoprono che il clima lungo il fiume Uji è perfetto per far crescere foglie ricche di aroma. Nel corso dei secoli, soprattutto tra periodo Muromachi ed Edo, Uji diventa sinonimo di tè di alta qualità: lo shogunato protegge i produttori locali, vengono introdotte tecniche come la coltivazione in ombra (oishita), e il matcha di Uji finisce nelle tazze di aristocratici e samurai, non della gente comune.

Ancora oggi, se cammini dalla zona del Byodo-in verso il ponte di Uji-bashi ti ritrovi circondato da negozi che vendono solo tè e dolci al tè, molte di queste botteghe hanno alle spalle oltre un secolo di storia. Vicino al ponte ci sono indirizzi storici come Nakamura Tokichi Honten, con sala da tè e dolci al matcha, o Tsuen, che viene considerata una delle case da tè più antiche del Giappone. Poco distante trovi anche Itoh Kyuemon, che abbina vendita di tè a una caffetteria dove assaggiare parfait e dolci a base di matcha. Sono tutti posti perfetti se vuoi comprare del vero matcha da portare a casa, oppure fermarti per un tè preparato come si deve.

Se ti interessa capire davvero cos’hai in tazza, ti consiglio di puntare su tre cose semplici: un buon matcha preparato al momento, un gyokuro o un sencha di Uji (entrabe tipologie di tè verde di alta qualità) e magari un dolce tradizionale al tè (come un wagashi o un roll cake al matcha). Molti negozi offrono degustazioni guidate o piccoli set assaggio: sono il modo migliore per percepire la differenza tra un tè qualunque e un tè coltivato, ombreggiato e lavorato qui, dove questa bevanda è quasi una questione di identità locale.

Negli ultimi anni a Uji è esplosa la moda di “tutto al tè verde”: ramen al matcha, gyoza al matcha, curry al matcha. Fanno la loro figura su Instagram, ma dal punto di vista del gusto hanno poco senso. Il sapore del tè spesso viene coperto dal brodo o dai condimenti, e finisci per pagare di più per un piatto che è più curioso che buono.  Io, onestamente, ramen e gyoza al tè verde te li sconsiglio: meglio investire quei soldi in una scatola di foglie di qualità o in un dolce ben fatto in una sala da tè storica.

 

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Il mio consiglio speciale: hamburger pazzeschi a Uji

Dopo giornate passate a esplorare templi, santuari e a bere e mangiare “cose” al  matcha, a Uji ho scoperto un lato totalmente diverso della città: quello degli hamburger d’autore. Se vuoi concederti una pausa super golosa, ti consiglio due posti che per me sono diventati un motivo in più per tornare qui.

Il primo è Kyogamo Kitchen Zen (京鴨kitchen 善), a pochi minuti a piedi dalla stazione e dal viale che porta al Byodo-in. È un locale specializzato in kyogamo, il marchio di anatra di Kyoto, allevata e lavorata direttamente dal produttore
Qui ho mangiato un hamburger di anatra che non ho più dimenticato: il panino arriva bello alto, con la polpetta di anatra succosa, il pane morbido e una montagna di cipollotto fresco in stile Kyoto che profuma da lontano. L’idea è proprio quella di farti sentire il sapore della carne, quindi i condimenti sono essenziali, non coprono niente, e ti ritrovi a pensare “ok, quindi l’anatra può essere anche così”. Se ti piace provare qualcosa di diverso dal solito ma senza cose strane solo per fare scena, qui secondo me vai sul sicuro.

L’altro posto è Food Park (にくがうまい店 Food Park), anche lui vicino alla stazione di Uji. È un localino specializzato in carne di manzo nero di Kagoshima A5, la stessa che di solito si associa alle grigliate di lusso, ma qui finisce dentro burger e donburi. 
Il loro hamburger di manzo wagyu è, senza esagerare, uno dei più buoni che io abbia mai mangiato: il patty è spesso, cotto alla perfezione, con quella combinazione di grasso e succo che ti costringe a fare silenzio per qualche secondo al primo morso. Il locale è piccolo, l’atmosfera è informale, ma la qualità della carne è da ristorante importante.

Se hai in mente Uji solo come “città del tè verde”, questi due indirizzi sono il modo migliore per ribaltare l’idea e chiudere la giornata con un ricordo molto concreto: un hamburger di anatra e uno di wagyu che difficilmente ti dimenticherai. 

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Nintendo Museum: il lato pop di Uji

Da qualche tempo Uji non è solo templi, fiume e piantagioni di tè: qui ha aperto anche il Nintendo Museum, il primo museo ufficiale dedicato alla storia della casa di Kyoto. Si trova nel quartiere di Ogura, all’interno dell’ex stabilimento Nintendo Uji Ogura, dove un tempo si producevano carte da gioco e si riparavano console e giocattoli.

Dentro il museo si ripercorre tutta la storia di Nintendo, dalle carte Hanafuda al Game & Watch, dal Super Nintendo fino alla Switch. Le sale sono pensate proprio per far scattare i ricordi: ci sono vetrine piene di console, giochi iconici e giocattoli degli anni ’60–’80, ma anche postazioni dove si può giocare con titoli storici e installazioni interattive con controller giganti da usare in due.

In alcune fasce orarie organizzano anche laboratori a pagamento, dove puoi creare il tuo mazzo di Hanafuda e imparare a usarlo: è un modo carino per collegare il passato “analogico” di Nintendo al suo mondo digitale di oggi. All’interno ci sono anche un piccolo café e uno shop ufficiale con gadget esclusivi che si trovano solo qui, quindi se sei fan è facile uscire con qualche souvenir in più nello zaino.

L’unica cosa da tenere a mente è che non è un museo “entro quando voglio ed è fatta”: l’ingresso funziona con biglietti prenotati in anticipo tramite sistema a lotteria sul sito ufficiale, collegato a un Nintendo Account, e si arriva comodamente in treno alle stazioni di Ogura (Kintetsu o JR) per poi proseguire a piedi.

Se hai mezza giornata in più a Uji e sei cresciuto con il Game Boy in mano, affiancare Nintendo Museum alle visite ai templi crea un contrasto divertente: la stessa città che ti racconta il Giappone classico ti porta anche dentro una parte importantissima della cultura pop che l’ha fatto conoscere al mondo.

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Foto di Nagomijirap - Opera propria, CC BY-SA 4.0, Collegamento

Conclusione: perché Uji merita una deviazione

Uji per me è stato uno di quei posti che ti colpiscono più del previsto, non a a caso l’ho inserito nei viaggi di gruppo che organizzo. Ci sono stato un paio di giorni pieni, prendendomela comoda per esplorare anche i dintorni, sedermi lungo il fiume e provare con calma qualche locale. È il tempo ideale se vuoi davvero assaporare l’atmosfera del luogo, entrare nei templi senza fretta, fare tappa al Nintendo Museum e magari perderti un po’ tra botteghe di tè e vicoli laterali.

Detto questo, Uji è anche una destinazione perfetta da inserire in un itinerario serrato: se parti al mattino da Kyoto o da Nara, puoi visitare i luoghi principali, passeggiare sul lungo fiume, fare una sosta per il pranzo e rientrare nel pomeriggio. In mezza giornata ben organizzata riesci comunque a vedere il Byodo-in con il suo museo, affacciarti al fiume Uji, passare dal Nintendo Museum e assaggiare il famoso tè verde locale, magari evitando le versioni più “estreme” come ramen e gyoza al matcha.

Che tu scelga di fermarti qualche ora o di dedicarci più tempo, Uji è una deviazione che arricchisce qualsiasi viaggio in Giappone. È abbastanza piccola da non mettere ansia con gli spostamenti, ma abbastanza densa di storia, cultura pop, templi e sapori particolari da lasciarti la sensazione di aver scoperto un pezzo di Giappone con una sua identità ben precisa. Se stai pianificando il tuo itinerario tra Kyoto, Nara e Osaka, io al tuo posto una tappa Uji la farei.

 

Mappa di Uji

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Rudy Vianello

Rudy Vianello

Videomaker e fondatore di sonoinviaggio.com. Ha lasciato il lavoro a 41 anni per viaggiare in Giappone in solitaria. Dal 2018 organizza tour di piccolo gruppo (max 14-16 persone). I suoi video sono stati trasmessi ne Il Mondo Insieme di Licia Colò su Tv2000. Tra i primi italiani a visitare Namie, la città fantasma vicino a Fukushima.

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