Giappone cosa vedere Tour Viaggi
Kaiseki, quando la cucina diventa un’arte perfetta

Kaiseki, quando la cucina diventa un’arte perfetta

Home » Cucina giapponese » Pagina 2

Tempo di lettura: 6 minuti

Da un punto di vista mondiale, la cucina giapponese si piazza sicuramente tra le migliori. Gli effetti benefici sulla salute e la raffinatezza estetica, sono due fattori essenziali del suo crescente successo. La semplicità e l’equilibrio nutrizionale, una profonda sensibilità artistica e un legame spirituale con la natura, sono le componenti chiave della sua immagine all’estero. Se tutte queste caratteristiche sono considerate come delle qualità specifiche della cucina giapponese attuale, sono addirittura ancora più radicate nella tradizione Kaiseki.

La cucina Kaiseki (Kaiseki Ryori) è generalmente considerata come l’alta gastronomia giapponese, ma in realtà ha giocato un ruolo molto più complesso e significativo nella storia dell’alimentazione giapponese.

banner pocketwifi 2025

La storia della cucina Kaiseki

Questo stile culinario è nato nel XVI secolo nelle ristrette cerchie d’élite che partecipavano alla cerimonia del tè fortemente influenzate dal buddismo zen. Nel XIX secolo cominciò ad essere utilizzato da dei ristoranti di alta gamma che piano piano trasformarono il carattere ritualistico e sereno di un pasto Kaiseki in un’esperienza gustativa e sensoriale per appassionati gourmet. L’ideale di cucina Kaiseki che conosciamo oggi, ovvero quello che mette l’accento sull’armonia tra cibo, vasellame in cui è servito e ambiente che circonda il pasto, si sviluppa invece durante il XX secolo grazie all’incredibile sensibilità di alcuni cuochi artisti di quel periodo.

Le caratteristiche della cucina Kaiseki

Un pasto Kaiseki infatti non si riassume solamente in un menu estremamente raffinato e sofisticato a livello del gusto, ma anche in una vera e propria composizione di forme, consistenze e colori che seguono rigorosamente le stagioni. Una cena di questa sontuosa cucina, è tradizionalmente composta da una successione di piccoli piatti, tutti differenti in termini di ingredienti, cottura e presentazione. Alcune delle caratteristiche imprescindibili che caratterizzano un pasto Kaiseki sono:

  • Gli ingredienti utilizzati imperativamente freschi di alta qualità e di stagione.
  • Le preparazioni saranno conformi alle basi della cucina giapponese tradizionale.
  • Temperature fredde e calde delle pietanze sono alternate.
  • Le consistenze delle pietanze sono alternate.
  • Essendo uno stile derivato dalla cucina tipica buddista comprenderà molti ingredienti vegetali.

Oltretutto per rendere l’insieme una vera e propria esperienza sensoriale, le preparazioni delle diverse pietanze non dovranno mai ripetersi ne nelle tecniche di cottura ne nella presentazione. Il vasellame in cui è servito gioca un ruolo cruciale, dato che il materiale, la forma e i colori sono in sintonia con la pietanza che contengono. L’insieme del pasto deve quasi rappresentare un quadro, visualmente e gustativamente.

I piatti della cucina Kaiseki

A seconda del ristorante e dello chef, l’ordine dei piatti in un pasto Kaiseki può variare, ma rimane comunque sempre composto da un numero che va dalle 6 alle 15 pietanze. Tra le portate più comuni troviamo:

  1. Sakizuke: L’assaggio iniziale, spesso Chawanmushi (flan di uovo salato).
  2. Su-zakana o Zensai: Solitamente tsukemono (sottoaceti giapponesi) o verdure cotte in brodo aromatico.
  3. Mokozuke: Sashimi di stagione.
  4. Nimonowan: Una zuppa, solitamente di miso, con altri ingredienti aggiunti.
  5. Yakizakana: Pesce grigliato.
  6. Aizakana: Pietanza al vapore.
  7. Shiizakana o Hassun: piatto forte, che comprende un pesce (o carne) e vari contorni. Può spesso essere un nabemono.
  8. Takiawase: Principalmente tofu e verdure.
  9. Mizumono: Dessert comprendente frutta di stagione.

Ovviamente la degustazione di un tale pasto non può avvenire in qualunque contesto. I giapponesi, adepti dell’armonia non permetterebbero mai che tale sinfonia di sapori forme e gusti avvenga in un luogo inappropriato. Ed è per questo che generalmente i piatti della cucina Kaiseki sono serviti in sale private. La maggior parte dei Ryokan o ristoranti che la servono, sono dei luoghi estremamente calmi e raffinati, a volte addirittura aperti su giardini zen, che permettono un’esperienza nella più classica delle atmosfere giapponesi.

Com’è facile intuire tutto questo ha un prezzo che ne consegue…. la raffinatezza e attenzione al dettaglio può arrivare a costare anche più di 300 euro a persona. La cucina Kaiseki per la sua complessità e per il suo elevato costo non è per tutti e personalmente per quanto incredibile la trovi, non me la sento di consigliarla a priori. Bisogna capire che va presa come un’esperienza da fare più che come un pasto per togliersi la fame o per assaggiare qualcosa di buono.

La si può vedere come la controparte “gastronomica” dei Ryokan, i costosi alberghi tradizionali giapponesi (che oltretutto servono spesso la cucina Kaiseki), certo unici e incredibili, ma non per questo più comodi di un normale Hotel. In ogni caso, se decidete di fare questa incredibile esperienza (che io da buon appassionato di cibo non posso che incitare) scegliete Kyoto come destinazione, ovvero la città considerata da tutti “la capitale della cucina Kaiseki” per via della sua moltitudine di proposte di ottimo livello. 

Infine un consiglio, se non è la complessità della cucina ma il prezzo che vi blocca, cercate ristoranti che preparino cucina Kaiseki per pranzo, visto che in quel caso i prezzi scendono e diventano più abbordabili. Non sarà proprio la stessa cosa (sopratutto per l’atmosfera) ma rimarrete senza dubbio comunque soddisfatti.

ITADAKIMASU!!!!!

Fare un viaggio in Giappone è il tuo sogno? Partecipa ai viaggi di gruppo organizzati da noi.

Se stati organizzando un viaggio "fai da te" in Giappone ma vuoi per qualche giorno un guida parlate italiano che ti faccia scoprire i lati nascosti del Paese del Sol Levante, usa il  nostro servizio di guide turistiche.

Scopri come partecipare a un corso di cucina giapponese in Giappone ospite di una famiglia giapponese.

I tipi di Sakè

I tipi di Sakè

Home » Cucina giapponese » Pagina 2

Tempo di lettura: 4 minuti

I tipi di sakè  che esistono in commercio sono tanti e bisogna trovare un metro comune per paragonarli, per cui ci rifacciamo all’autorevole Tokutei Meishoshu, ossia un documento ufficiale, redatto proprio in Giappone, che stabilisce le categorie di sakè alla fine di avere delle linee guida .

Scopri: Cosa (non) è il Sakè

[dipl_table_of_contents title=”Indice” title_background=”RGBA(255,255,255,0)” content_custom_padding=”5px|5px|5px|5px|true|true” admin_label=”DP Table of Contents” _builder_version=”4.27.4″ _module_preset=”default” title_font=”|600|||||||” title_text_color=”gcid-primary-color” number_text_color=”RGBA(255,255,255,0)” border_width_all=”0px” global_module=”263652″ locked=”off” global_colors_info=”{%22gcid-primary-color%22:%91%22title_text_color%22%93}”][/dipl_table_of_contents]

Categorie di Sakè

Le due categorie che comprendono tutta la classificazione sono quella dei sakè di tipo junmai e honjozo. Queste sono le due famiglie dalle quali poi si dipanano tutte le altre tipologie.

La differenza fondamentale da comprendere è che:

  • Nel tipo junmai le componenti sono solo ed esclusivamente riso, acqua e Koji.
  • Nel tipo honjozo invece è permesso aggiungere anche dell’ alcol etilico a fine produzione, addizionandolo alla base ma solo per estrarre il sapore e non per aumentare il grado alcolico.
banner pocketwifi 2025

Grado di raffinazione del riso

Più il riso viene raffinato (perdendo quindi una parte della sua massa e arrivando al cuore del chicco) più il sakè sarà pregiato. Un esempio è il daiginjo che è raffinato al 50% ossia la metà del chicco viene scartato e resta solo la parte più interna e quindi ricca di elementi nutritivi.

Tipi di Sakè

I tipi di sakè sono 8, e si differenziano per certe caratteristiche, anche se per quanto possano essere dolci o secchi, fruttati o con uno spiccato senso del’ umami,  il miglior giudice è sempre il palato e quindi ognuno di noi può avere una percezione diversa.

Ginjo

Sakè dal buon aroma e poco acido con gradevole retrogusto. Da servire a temperatura ambiente, o leggermente freddo, o leggermente caldo. Non vanno superati questi estremi.

Daiginjo

Simile al suo predecessore ma con un grado di lavorazione maggiore ossia il 50 % ( a numero più basso corrisponde qualità migliore di raffinazione) .

Junmai e Tokubetsu Junmai

Sakè meno dolci e solitamente un po’ più acidi, anch’essi da servire a temperatura ambiente.

Junmai Ginjo

Un sakè limpido, leggero e fruttato, caratteristiche date dalla particolare fermentazione a bassa temperatura usata per produrlo.

Junmai Daiginjo

Considerato come il sakè più pregiato. Essendo un junmai non può essere addizionato con alcol e facendo parte della classe dei daiginjo ha una raffinazione molto elevata. L’unione di queste due caratteristiche da origine al re dei sakè

Honjozo e Tokubetsu honjozo

 Due Sakè dal sapore poco complesso che si possono  bere durante un pasto, perché non coprono il gusto del cibo.

Queste sono le tipologie principali ma non dimentichiamo che, al di fuori di questa classificazione, ne esistono altre tenenti conto di aspetti differenti della lavorazione del riso, come ad esempio il grado di invecchiamento.

Per iniziare a conoscere meglio il sakè è importante aver capito le caratteristiche principali che differenziano le tipologie e cominciare a berlo con più consapevolezza, imparando a riconoscere i sapori e cercando di capire le differenti qualità, così da poter scegliere meglio il sakè che più ci aggrada.

MATANE!

Fare un viaggio in Giappone è il tuo sogno? Partecipa ai viaggi di gruppo organizzati da noi.

Se stai organizzando un viaggio "fai da te" in Giappone ma vuoi per qualche giorno una guida che parli italiano che ti faccia scoprire i lati nascosti del Paese del Sol Levante, usa il  nostro servizio di guide turistiche.

Scopri come partecipare a un corso di cucina giapponese in Giappone ospite di una famiglia giapponese.

Yoshoku: la cucina giapponese in stile occidentale

Yoshoku: la cucina giapponese in stile occidentale

Home » Cucina giapponese » Pagina 2

Tempo di lettura: 8 minuti

Durante un viaggio in Giappone, fra le tante cose buone assaggiate, vi sarà sicuramente capitato di provare di qualcosa di familiare……di nuovo certo, ma molto simile a qualcosa di comune in occidente. Molto probabilmente si tratta di un piatto yoshoku.

[dipl_table_of_contents title=”Indice” title_background=”RGBA(255,255,255,0)” content_custom_padding=”5px|5px|5px|5px|true|true” admin_label=”DP Table of Contents” _builder_version=”4.27.4″ _module_preset=”default” title_font=”|600|||||||” title_text_color=”gcid-primary-color” number_text_color=”RGBA(255,255,255,0)” border_width_all=”0px” global_module=”263652″ locked=”off” global_colors_info=”{%22gcid-primary-color%22:%91%22title_text_color%22%93}”][/dipl_table_of_contents]

Le due categorie di piatti giapponesi

 In passato esisteva solo la cucina giapponese tradizionale, la washoku, ovvero quella che comprende piatti elaborati con l’utilizzo di ingredienti autoctoni giapponesi. Tra questi ingredienti (molti dei quali si trovano sempre nelle dispense dei nipponici) troviamo l’aceto, lo zucchero, la salsa di soya, il dashi e il miso. Di questi piatti è tipico esempio il Nabemono 

Ma il Giappone, che come molti sanno per secoli è rimasto chiuso e isolato dal resto del mondo, con l’avvento dell’era Meiji, che aprì le porte ai mercanti stranieri, cominciò pian piano ad “assorbire” usi e costumi esterni che cominciarono a modificare la quotidianità dei suoi abitanti.

Ne è chiaro esempio l’alimentazione, molti piatti di origine straniera cominciarono a essere imitati e divennero ben presto dei classici come ad esempio la famosa Tempura.  Nello stesso periodo grazie alla rivoluzione socio-politico-culturale in atto, che introdusse la carne, le abitudini alimentari sino a quel momento influenzate dalle religioni Shintoista e Buddista, quindi basate sul consumo unico di verdure, alghe, cereali e pesce, cominciarono drasticamente a cambiare.

L’imperatore, in quel periodo, promosse la cucina occidentale considerandola utile per il progresso del proprio paese, e causa principale della maggior fisicità dello straniero.  Da questo momento comincerà a formarsi un secondo ricettario giapponese, lo yoshoku, ovvero quello che comprende i piatti stranieri, rielaborati dai giapponesi con l’utilizzo di ingredienti locali (meno costosi) e adattati ai gusti nipponici.

I più famosi piatti giapponesi in stile occidentale 

Come saprete già, molti dei piatti “classici giapponesi” come il Sushi, il Ramen e la Tempura, sono di origine straniera (cinese per i primi due, portoghese per la terza). Esistono però molti altri piatti della quotidianità giapponese, ma meno blasonati all’estero, che derivano o che prendono spunto da cucine di altri paesi.

banner pocketwifi 2025

Kare (Curry rice)

Questo è sicuramente il piatto Yoshoku che più rappresenta la categoria dei « nuovi piatti ». Di derivazione ovviamente indiana, ma importato in Giappone dagli Inglesi, era considerato all’inizio cibo per ricchi, ma in seguito, durante la guerra, utilizzato per alimentare i soldati e la popolazione, in quel periodo mal nutrita . Si diffonde cosi a macchia d’olio, tanto che è attualmente il secondo piatto più consumato dai giapponesi dopo il Ramen!! Consiste principalmente in una salsa addensata e speziata (più o meno piccante) in cui sono cucinate verdure, patate e carne e servita con riso. Ovviamente ne esistono moltissime varianti che comprendono differenti tipi di carni, pesci e molluschi o vegetariane. In alcuni locali servono addirittura tranci di pizza da intingerci dentro…….

Spaghetti Napolitan

E qui in molti sorrideranno, dato che i suddetti spaghetti, di napoletano hanno veramente poco. È, come nel caso del Kare, un piatto nato per nutrire soldati e popolazione nel periodo post guerra e diffusosi in seguito. In quel periodo, a Yokohama, in visita ad una base militare americana, un cuoco giapponese prese ispirazione da ingredienti apprezzati dagli statunitensi per creare questo piatto. La salsa degli spaghetti Napolitan, è composta infatti da funghi, peperoni verdi, cipolla, prosciutto (o würstel) e….Ketchup!

Omurice

La famosa omelette giapponese al riso e condimenti vari, servita spesso nei Maid café, dove  graziose ragazzine agghindate da cameriere si sbizzarriscono a decorarle con il Ketchup. Di chiara origine francese (Omurestsu-omelette, rice-riso quindi omu-rice), è una semplice omelette alla francese (quindi semi cruda all’interno) posata su un letto di riso condito (o farcita dello stesso) e accompagnata con salse per tutti i gusti. L’ultima volta ne ho mangiata una con salsa al mentaiko e funghi shimeji……

Torta Kasutera (Castella)

Una delle specialità di Nagasaki, probabilmente la città più influenzata, gastronomicamente parlando, di tutto il Giappone. È attraverso questa città infatti che i primi missionari viaggiatori approdarono nel paese del sol levante. Le influenze portoghesi si fanno sentire grazie a vari piatti, tra qui questo famoso dolce, da loro importato, più comunemente conosciuto come Castella (di cui Kasutera è la deformazione giapponese) o pane di Castiglia, quindi palesemente iberico. Diffusissimo ormai in tutto il paese è un dolce semplice e sofficissimo, simile ad un pan di Spagna ma meno friabile, composto da farina, zucchero, uova, latte, miele e mirin.

Korokke

Come già fa intuire il nome, le korokke sono le famose croquette francesi , ovvero delle preparazioni semi sferiche di patate e altre verdure impanate e fritte. Questa diffusissima pietanza si consuma spesso negli Izakaya come stuzzichino da accompagnare agli alcolici. Le ricette sono innumerevoli, ma la cosa che le contraddistingue e le differenzia dalle originali francesi, è la spessa panatura a base di panko….KROKKANTISSIMA!!

Tonkatsu

Il Tonkatsu è un’altro di quei piatti di origine portoghese importato il Giappone intorno alla fine del 1800 e adattato ai gusti dei nipponici. All’inizio veniva chiamato « katsuretsu » ovvero “cotoletta”, in seguito abbreviato in katsu ed era fatto con il manzo. L’attuale Tonkatsu (cotoletta di maiale) è nato nel 1890 in un ristorante specializzato in piatti occidentali nel quartiere di Ginza a Tokyo. Il piatto, conosciutissimo anche dagli occidentali, è composto da una spessa cotoletta di maiale, impanata all’inglese (farina, uovo sbattuto condito, pangrattato) con il panko e di seguito fritta. Servita comunemente con salsa Otafuku (la tipica salsa dolce), cavolo cinese affettato e riso, è apprezzatissimo da tutti!

Doria

Il Doria è uno dei piatti facente parte della categoria dei « gratin » (gratinati) francesi. Ovvero quella serie di pietanze cotte, cosparse di besciamella e di seguito cucinate in forno sino al formarsi di una crosticina croccante in superficie. In Giappone sono entrati ormai nella quotidianità, vi capiterà molto spesso se andate in un ristorante specializzato in un ingrediente, di trovare una declinazione di quest’ultimo gratinato. Il Doria nello specifico è un gratin composto da riso cosparso di salsa alla carne (simile al sugo bolognese), besciamella e formaggio e poi gratinato in forno.

Hambagu

L’Hamburger giapponese (da qui il nome) non è come si potrebbe pensare un panino farcito di carne macinata di manzo e altri ingredienti, bensì una polpetta di carne , ricoperta da una massiccia dose di salsa Gravy (salsa di carne densa tipica dei paesi anglosassoni) e accompagnata da verdure e patatine fritte. Servita spesso nei ristoranti per giovani o per turisti, è diffusissima, ed è sicuramente uno dei piatti che più ricordano visualmente la cucina occidentale.

Personalmente, essendo un “purista” della cucina non sono sempre attratto dai piatti yoshoku, per via dei gusti intensi e degli abbinamenti (a mio avviso) azzardati. Da ammettere però che alcuni di essi hanno il loro perché e meritano di essere provati, quindi se vi capita, mettete da parte i pregiudizi e assaggiate, assaggiate, assaggiate….ITADAKIMASU!!!!!

Fare un viaggio in Giappone è il tuo sogno? Partecipa ai viaggi di gruppo organizzati da noi.

Se stai organizzando un viaggio "fai da te" in Giappone ma vuoi per qualche giorno una guida che parli italiano che ti faccia scoprire i lati nascosti del Paese del Sol Levante, usa il  nostro servizio di guide turistiche.

Scopri come partecipare a un corso di cucina giapponese in Giappone ospite di una famiglia giapponese.

Cosa (non) è il Sakè

Cosa (non) è il Sakè

Home » Cucina giapponese » Pagina 2

Tempo di lettura: 4 minuti

Quando pensate al sakè come al “vino” di riso giapponese sappiate che commettete un errore . In realtà il sakè è la parola generica che in Giappone indica l’alcool. Pertanto a voler essere precisi la birra, il whisky, eventuali amari o prodotti fermentati con dell’alcool sono sakè . Quindi si confonde una parte per il tutto. Il vero nome del sakè se volete fare bella figura in Giappone è NIHONSHU(日本酒), dove NIHON(日本) significa Giappone e SHU(酒) alcol, pertanto abbiamo alcol giapponese! Per comodità lo chiameremo comunque Sakè.

[dipl_table_of_contents title=”Indice” title_background=”RGBA(255,255,255,0)” content_custom_padding=”5px|5px|5px|5px|true|true” admin_label=”DP Table of Contents” _builder_version=”4.27.4″ _module_preset=”default” title_font=”|600|||||||” title_text_color=”gcid-primary-color” number_text_color=”RGBA(255,255,255,0)” border_width_all=”0px” global_module=”263652″ locked=”off” global_colors_info=”{%22gcid-primary-color%22:%91%22title_text_color%22%93}” theme_builder_area=”post_content”][/dipl_table_of_contents]

Ricetta 

Fare il sakè è prima di tutto un’arte che richiede dedizione e passione perché il procedimento per produrlo è molto complicato.

La produzione di sakè inizia con un importante trattamento del riso il quale non contiene zuccheri, o meglio ne contiene una parte molto piccola e che non possono essere digeriti dai lieviti per trasformarsi in alcool. Pertanto il riso appena cotto viene cosparso da una muffa nobile , il koji, un fungo che attacca il riso e che è in grado di trasformare l’amido in zucchero, che solo successivamente grazie ai lieviti diverrà alcol.

banner pocketwifi 2025

Miscela madre

Il fungo per poter operare al meglio deve avere temperatura e umidità entro certi parametri per cui le stanze dove riposa e agisce per 3 giorni, sono sempre meticolosamente controllate. Il successivo passaggio prevede la creazione di una miscela “madre” chiamata shubo, che contiene riso acqua, koji e una alta concentrazione di lieviti, che trasformeranno zuccheri in alcool. Ogni casa produttrice ha il suo lievito, molte usano la medesima tipologia industriale ma alcune usano un loro “lievito” madre tramandato da generazioni.

Spremitura

Questa trasformazione chimica dura tra i 15 e 30 giorni e alla fine porta alla nascita del moromi, ossia la “massa fermentata”. Anche questa è una operazione delicata e lunga che impiega diverse settimane per arrivare alla fine del ciclo che vedrà la vera e propria spremitura per ottenere il sakè che conosciamo. Il metodo tradizionale consiste nel mettere il riso fermentato in sacchi di tela e spremerli o lasciare che per gravità filtri il sakè, invece in quello industriale si usano macchinari appositi che pressano filtrando il moromi. 

La penultima fase, è quella della pastorizzazione e successivamente di imbottigliamento. Alcuni tipi di sakè non prevedono questa fase di pastorizzazione e vengono subito imbottigliati. La tipologia in questione è quella dei namazake ma è di difficile reperibilità soprattutto all’ estero perché la mancanza di pastorizzazione non elimina i batteri pertanto deve restare a basse temperature per evitare che vada a male e quindi il fattore temperatura è essenziale.

Scopri i tipi di sakè

Queste sono le fasi principali ma i produttori che usano ancora i metodi tradizionali mantengono al sicuro i segreti tramandati che usano per rendere il loro sakè unico. A chi vuole bere del buon sakè consiglio sempre di assaggiare uno prodotto con il metodo tradizionale…E  intanto KANPAI!

Fare un viaggio in Giappone è il tuo sogno? Partecipa ai viaggi di gruppo organizzati da noi.

Se stai organizzando un viaggio "fai da te" in Giappone ma vuoi per qualche giorno una guida che parli italiano che ti faccia scoprire i lati nascosti del Paese del Sol Levante, usa il  nostro servizio di guide turistiche.

Scopri come partecipare a un corso di cucina giapponese in Giappone ospite di una famiglia giapponese.

Nabemono: 10 piatti che riscaldano gli inverni giapponesi

Nabemono: 10 piatti che riscaldano gli inverni giapponesi

Home » Cucina giapponese » Pagina 2

Tempo di lettura: 9 minuti

Con le temperature che calano vertiginosamente e con pioggia e neve che la fanno da padrone, cosa c’è di meglio di un buon piatto fumante, magari da condividere con gli amici, per riscaldarsi? Il Nabemono (Nabe=pentola, Mono=cose) spesso abbreviato in Nabe, è uno stile di piatto invernale casalingo giapponese, che rappresenta più un concetto che una vera e propria ricetta. Il discorso è semplice: una pentola di argilla (Donabe) o di ferro (Tetsunabe), posata sopra un fornello a gas in mezzo al tavolo.

Nella pentola viene fatto sobbollire un brodo, nel quale vengono aggiunti vari ingredienti crudi, che variano da regione a regione. Questi ingredienti, comunemente carne, pesce, verdure e funghi (tutto ovviamente di stagione), a mano a mano che cuociono, vengono “ripescati” dal brodo e consumati dopo essere stati intinti in una delle varie salse di accompagnamento. Inoltre il brodo « restringendosi » acquisterà sapore (grazie soprattutto agli ingredienti bolliti all’interno). Questo tipo di preparazione rende quindi il piatto molto conviviale e adatto ad essere consumato da più persone contemporaneamente.

[dipl_table_of_contents title=”Indice” title_background=”RGBA(255,255,255,0)” content_custom_padding=”5px|5px|5px|5px|true|true” admin_label=”DP Table of Contents” _builder_version=”4.27.4″ _module_preset=”default” title_font=”|600|||||||” title_text_color=”gcid-primary-color” number_text_color=”RGBA(255,255,255,0)” border_width_all=”0px” global_module=”263652″ locked=”off” global_colors_info=”{%22gcid-primary-color%22:%91%22title_text_color%22%93}” theme_builder_area=”post_content”][/dipl_table_of_contents]

Nabemono nel mondo 

Questo piatto concettuale è diffusissimo in tutta l’Asia con il nome di Hot Pot, e potrete gustarlo tranquillamente (ovviamente con le modifiche dovute agli usi e costumi del posto) in tutte le regioni della Cina (in Sichuan è INFUOCATO), in tutto il sud est asiatico (sopratutto in Thailandia) e in Corea.

Qui in Europa, piatti molto simili nel concetto, ma dagli ingredienti molto diversi sono la Fonduta Bourguignonne (bocconcini di carne cotti nell’olio vegetale) e la fonduta al formaggio Svizzera (pane o patate intinte nel formaggio fuso).

banner pocketwifi 2025

Nabemono in Giappone

Nel paese del sol levante questo famoso piatto è presente in vari forme a seconda della regione e della stagione. È talmente famoso che i giapponesi gli hanno dedicato anche una giornata, il 7 Novembre. Ecco a voi la mia top 10!

Shabu Shabu

Il piatto che più rappresenta i Nabemono (almeno per gli stranieri) è sicuramente lo Shabu Shabu, anche se effettivamente è più simile agli Hot Pot cinesi che ai veri Nabe, dove gli ingredienti vengono bolliti insieme e più a lungo. Composto spesso da fettine di carne (solitamente manzo) e verdure, cotte velocemente in brodo dashi e intinte infine in varie salse. Il brodo insaporendosi potrà essere consumato alla fine del pasto con dei noodels. Lo Shabu Shabu da cui il nome deriva dal rumore che fa il brodo nella pentola mentre sobbolle, è stato introdotto in Giappone all’inizio del ‘900, grazie al ristorante Suehiro a Osaka e si è diffuso velocemente in tutto il paese. Ne esistono differenti varianti a base di carne di animali, pesci e crostacei. Nel mio primo viaggio in Giappone ho avuto modo di provare un delizioso Shabu Shabu di balena.

Sukiyaki

Altro piatto di stile Nabemono molto conosciuto, nel quale viene utilizzato il Tetsunabe (pentola di ferro) per via della temperatura più elevata che il materiale di fabbricazione può raggiungere. Il piatto è composto quasi esclusivamente da carne di manzo finissima ( in passato veniva chiamato “Gyunabe” ovvero pentola di manzo), funghi, porro, cavolo cinese, tofu e a seconda della stagione altri ingredienti come la zucca. Il tutto viene cotto molto velocemente nella pentola di ferro riscaldata e con un po’ di intingolo a base di shoyu, dashi, mirin e zucchero che rendono questo piatto dolciastro e succulento. Il boccone va poi per tradizione intinto nell’uovo crudo sbattuto, prima di essere consumato. Se volete toccare il cielo con un dito fate come me, andate a Takayama (o nella prefettura di Hida) e assaggiate il Sukiyaki di Hida wagyu….

Oden

Se siete adepti dello Street Food come il sottoscritto, da provare assolutamente questo piatto onnipresente in inverno nei veri yatai ambulanti nonché nei piccoli izakaya tradizionali. Si tratta semplicemente di un brodo dashi con aggiunta di un po’ di shoyu nel quale vengono fatti sobbollire e conservati al caldo vari ingredienti quali tofu, uova sode, daikon, konnyaku (una gelatina vegetale), ganmodoki (una specie di polpetta di tofu, uova e verdura), kamaboko (polpette di pesce), kabocha (una varietà di zucca) ecc. È un piatto riconfortante tipico della regione del Kanto, dove è conosciuto anche come Kanto-ni ovvero ragù del Kanto.

Chanko Nabe

Il piatto reso celebre dai lottatori di sumo! Essendo un piatto sano e carico di proteine quali carne, pesce e uova ma anche di molte verdure di stagione, è comunemente consumato da questi corpulenti sportivi in dosi massicce. È simile in tutto e per tutto a uno Shabu Shabu, a differenza della quantità più elevata di ingredienti proteici, e del riso, servito in grosse quantità a parte. Al ristorante Yokozuna nel quartiere Shinsekai a Osaka, se avete coraggio, potrete provarlo.

Motsunabe

Il Nabemono del sud, originario di Hakata (Fukuoka) dove le componenti principali sono la trippa di manzo o maiale (motsu) e le verdure cotte nel brodo. Come spesso succede nelle zone del sud viene aggiunta una buona dose di aglio e peperoncino.Il Motsunabe è un piatto molto comune ed economico nel Kyushu, che viene sempre accompagnato dal famoso umeshu (tipico liquore di patate dolci).

Kaninabe

Questo delizioso Nabemono a base di granchio è tipico delle zone costiere ma ahimè, visto l’ingrediente principale, spesso piuttosto costoso….fregatevene del prezzo e assaggiatelo assolutamente, si vive una volta sola!

Kimchi Nabe

Nabemono “coreanizzato” dove il brodo è insaporito con il kimchi, la famosa e piccantissima verdura fermentata coreana.

Ishikari Nabe

Tipico dell’Hokkaido, dove il brodo è addizionato di miso bianco e al suo interno vengono fatti bollire tagli di salmone (pesce tipico del nord del Giappone) e varie verdure.

Asuka Nabe

Originario della città di Nara a base di latte vaccino, brodo di pollo, funghi, cavolo cinese e verdure di stagione. Il profumo mentre cuoce è delizioso!

Dojo Nabe

il “crudele” Nabemono di Tokyo, dove per tradizione il cobile, piccolo pesce d’acqua dolce (simile al pesce gatto) utilizzato nella ricetta, viene immerso prima nel sakè freddo e poi cotto ancora vivo nel warishita, brodo a base di mirin, miso e salsa di soia, al quale vengono poi aggiunte diverse verdure di stagione.

Questi sono solo alcuni dei più conosciuti Nabemono che potrete assaggiare durante una visita in Giappone, quindi se siete nel paese del sol levante durante i mesi freddi dell’anno, non indugiate e provate quello che più corrisponde ai vostri gusti, riscalderà rendendo più piacevole il vostro viaggio…. ITADAKIMASU!!!!!

Fare un viaggio in Giappone è il tuo sogno? Partecipa ai viaggi di gruppo organizzati da noi.

Se stai organizzando un viaggio "fai da te" in Giappone ma vuoi per qualche giorno una guida che parli italiano che ti faccia scoprire i lati nascosti del Paese del Sol Levante, usa il  nostro servizio di guide turistiche.

Scopri come partecipare a un corso di cucina giapponese in Giappone ospite di una famiglia giapponese.

Birra giapponese, perché non si vive di solo sakè!

Birra giapponese, perché non si vive di solo sakè!

Home » Cucina giapponese » Pagina 2

Tempo di lettura: 9 minuti

Negli ultimi decenni con l’introduzione della gastronomia occidentale i giapponesi hanno cominciato a conoscere e apprezzare il vino. Tokyo è stata da qualche anno eletta la città più “gourmet” del mondo, superando per numero di ristoranti stellati persino la più blasonata Parigi.

I produttori di sakè, che come tutti sanno è la bevanda alcolica che rappresenta storicamente il paese del sol levante, sono corsi ai ripari pubblicizzando e dando grande importanza al loro prodotto anche all’estero. Ormai infatti anche in grandi città straniere possiamo trovare dei “sakè bar” che propongono degustazioni del famoso vino di riso, per non parlare delle izakaya, le “osterie” giapponesi conosciute ormai da anni dagli amanti delle bevute. La “guerra” vino-sakè è ormai cominciata……

[dipl_table_of_contents title=”Indice” title_background=”RGBA(255,255,255,0)” content_custom_padding=”5px|5px|5px|5px|true|true” admin_label=”DP Table of Contents” _builder_version=”4.27.4″ _module_preset=”default” title_font=”|600|||||||” title_text_color=”gcid-primary-color” number_text_color=”RGBA(255,255,255,0)” border_width_all=”0px” global_module=”263652″ locked=”off” global_colors_info=”{%22gcid-primary-color%22:%91%22title_text_color%22%93}”][/dipl_table_of_contents]
banner pocketwifi 2025

Ma per quanto possa sembrare strano alla maggior parte di noi “gaijin” (stranieri)  non è il sakè, ne tantomeno il vino, la bevanda alcolica più diffusa in Giappone, bensì la birra. E contrariamente a quello che tanti puristi possano pensare nel paese del sol levante si producono in parecchi casi birre di ottima qualità!

Lo stile di birra più diffuso è senza dubbio la Pilsner (Lager soprattutto), leggera e poco amara che i nipponici bevono ghiacciata per percepire ancora meno l’amarezza.

È praticamente sempre accompagnata da qualcosa da sgranocchiare come i famosi Edamame (fagioli di soia salati) o il Surume (calamaro essiccato). Inoltre in Giappone la birra è largamente commercializzata e la potrete comperare un po’ dappertutto a qualsiasi ora del giorno e della notte, ma attenzione! La guida in stato di ebrezza è punita molto severamente.

Un po’ di storia (che non fa mai male)

Da quello che ci è dato sapere, la birra appare in Giappone per la prima volta nel 1853, prodotta da un dottore in medicina, tale Komin Kawamoto, che segue il procedimento trovato su un libro olandese.

Pochi anni dopo, nel 1870, l’americano William Copeland fonda il birrificio “Spring Valley” nel quartiere di Yamate, a Yokohama. Nello stesso periodo gli olandesi cominciano a importare birra in Giappone soprattutto per i commercianti stranieri e i pescatori.

Nel 1876, a Sapporo, viene aperto il birrificio Kaitakushi, il primo a gestione governativa.

Nel periodo compreso tra il 1880 e il 1910, la quantità di birra prodotta comincia ad essere maggiore della quantità importata ed entra in vigore la legge sulla tassa della birra, per prevenire l’eccessiva competizione domestica e promuovere le esportazioni.

Grazie alla diffusione della bevanda in Asia e al rafforzamento del proibizionismo negli stati uniti che favorisce un incremento delle produzioni in Giappone, negli anni ’20, il commercio della birra vive un periodo molto positivo.

 Nel 1953, passato il periodo delle grandi guerre, che segna il momento più critico per la produzione in Giappone, viene istituita la Brewers Association of Japan, che favorisce la crescita della domanda di birra al punto che negli anni ’60 supera il sakè come bevanda alcolica più consumata. Negli anni seguenti con l’apertura di vari nuovi birrifici in tutto il paese l’ammontare della birra prodotta raddoppia.

I Brand famosi di birra giapponese

Attualmente sono 5 le grandi aziende che detengono il 96% delle quote totali:

ASAHI

Fondata a Osaka nel 1889 prima produttrice della birra in lattina. È attualmente al primo posto nella gerarchia dei produttori e offre una vasta gamma di prodotti tra cui spicca la famosissima Super Dry. Famosa per la sua strategia pubblicitaria aggressiva che utilizza in molti casi volti noti dello spettacolo dello sport. Da qualche anno, per reclamizzare la nuova “Super Dry Extra Cold” è stato aperto nel ricco quartiere di Ginza, a Tokyo, l’esclusivo Extra Cold Bar.

KIRIN

Si sviluppa all’interno del primo birrificio Spring Valley e rimane in mano straniera finché non viene acquisita da Mitsubishi nel 1970. È la marca più conosciuta a livello internazionale, che fronteggia la rivale Asahi per il primo posto. il prodotto principale dell’azienda è Kirin Ichiban Shibori, a cui è legata l’immagine di un famoso attore. La sua campagna pubblicitaria si focalizza in un contesto ambientale dove la birra ha un profondo contatto con la natura. Non a caso sulle lattine e bottiglie utilizzate vengono spesso rappresentati i “simboli” delle stagioni, come i sakura per la primavera o le foglie di acero per l’autunno.

SAPPORO

Il più antico birrificio in Giappone, Sapporo fu fondato nel 1876 in Hokkaido. Attualmente mantiene il terzo posto nella graduatoria dei produttori, ed è proprietario di Yebisu Beer Company, il più antico birrificio di Tokyo. Sapporo e Yebisu hanno però differenti strategie di marketing: sebbene entrambe si avvalgono di attori rinomati, la prima punta a ritrarre i testimonial in una situazione quotidiana, evidenziando la serietà e la maturità dei suoi consumatori, mentre la seconda evidenzia la componente naturalistica.

SUNTORY

È la più piccola delle “ 5 grandi”, ed è più rinomata per i whiskey che per la birra: la produzione di quest’ultima è iniziata solo nel 1963 e oggi ci sono solo due brand, Malt’s e The Premium Malt’s. È un’azienda non quotata in borsa, gestita dalla sua famiglia fondatrice. Negli spot pubblicitari vengono evidenziati gli ingredienti e il processo produttivo, il profumo e la naturalezza del prodotto. Una piccola azienda come questa sfrutta efficacemente il vantaggio della qualità, ottenendo un buon successo di vendite.

ORION

Nel 1957 nasce come Okinawa Beer, che due anni dopo cambia il nome in Orion Beer. È la ale numero 1 a Okinawa dove a causa delle tante basi statunitensi è propensa alla produzione di una birra di tipo americano.

Nel 1994 la legge ha ridotto la quantità minima di produzione di birra, per ottenere la licenza, da 2 milioni a 60.000 litri permettendo cosi la nascita di numerosi piccoli birrifici regionali. Grazie alla nuova tendenza delle birre di varie tipologie, dai diversi luppoli utilizzati e dalle varie fermentazioni applicate praticamente in ogni prefettura del Giappone potrete trovare micro produttori veramente interessanti come quello dell’isola di Miyajima.

La birra che non è birra……

 Esistono secondo la legge giapponese 3 tipologie della bevanda, per “birra” si intende infatti solo il prodotto che supera il 67% di malto negli ingredienti fermentativi. Con il termine “Happoshu” si intende invece una bevanda alcolica con una percentuale di malto che va da 25 a 50% con aggiunta di alcuni ingredienti quali riso, soia, mais e amido. È una bevanda creata per i meno abbienti visto il prezzo inferiore e quasi sempre consumata in casa.

In fine troviamo “happosei” la “non birra“, ovvero una bevanda frizzante senza malto all’aroma di birra con un tasso alcolico di 5-6%; gli ingredienti utilizzati sono solitamente proteine di piselli, soia e peptidi della soia. Lo scopo di questo nuovo prodotto è evitare le alte tasse sul malto e favorire una giovane generazione di consumatori cresciuta a soft drinks che non apprezza il sapore amaro della birra; vi era quindi la necessità di un’alternativa leggera e rinfrescante.

Se siete interessati alla birra prodotta in Giappone, sappiate che a Tokyo, nel quartiere di Ebisu si trova il Yebisu Beer Museum, mentre a Asakusa l’edificio della Asahi (non visitabile all’interno). A Yokohama c’è il Kirin Beer Village & Factory com possibile visita guidata e degustazione (su prenotazione). Per chi si trova a Sapporo invece, immancabile un giro al Sapporo Beer Garten & Beer Museum.

Non ci resta che cominciare a bere! (con moderazione mi raccomando) KAMPAI!!!!!

Fare un viaggio in Giappone è il tuo sogno? Partecipa ai viaggi di gruppo organizzati da noi.

Se stai organizzando un viaggio "fai da te" in Giappone ma vuoi per qualche giorno una guida che parli italiano che ti faccia scoprire i lati nascosti del Paese del Sol Levante, usa il  nostro servizio di guide turistiche.

Scopri come partecipare a un corso di cucina giapponese in Giappone ospite di una famiglia giapponese.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Riceverai notizie, articoli, itinerari e curiosità sul Giappone.

Saprai in anteprima i nostri prossimi tour di gruppo in Giappone

Trattamento dati personali

Grazie per esserti iscritto! Rudy