Giappone cosa vedere Tour Viaggi
Wagashi: i dolci tradizionali giapponesi

Wagashi: i dolci tradizionali giapponesi

Home » Cucina giapponese » Pagina 2

Tempo di lettura: 11 minuti

Il Giappone, impero degli dei, ma anche paradiso dei manga e dei video giochi, ha questa particolarità di cambiare in permanenza restando sempre però se stesso.

Il fatto di essere un isola crea una “distanza” tra i suoi abitanti e il resto del mondo e sviluppa la curiosità dei suoi artigiani, che sempre informati su quello che succede oltre mare, evolvono la loro arte, rimanendo però legati fermamente alle proprie tradizioni.

Infatti, se è vero che esistono poche cose di origine prettamente giapponese, è anche vero che la maggior parte di cose, dopo essere state adattate al gusto del popolo nipponico, acquistano sensibilità e carattere a loro propria, diventando spesso simboli di questo paese.

Ed è per questo che mentre i giapponesi consumano i wagashi, vere e proprie opere d’arte data la loro fabbricazione che si è evoluta con l’avanzare dei secoli, conservano lo stesso sentimento di rispetto e venerazione della natura che aveva ispirato i loro antenati nella creazione di questa antica pasticceria.

14 giorni in Giappone: l'itinerario che consiglio

Ho girato il Giappone da solo per anni, poi ho cominciato a portarci gli altri. Questo PDF è quello che consiglierei a un amico che parte per la prima volta: la sequenza giusta, i posti che non trovi negli altri itinerari, i numeri reali.

Scaricalo gratis, arriva subito via email.

banner pocketwifi 2025

I wagashi sono dei dolci tradizionali giapponesi preparati principalmente con farina di riso (o grano), zucchero di canna e fagioli azuki. Altri ingredienti si aggiungono poi per le diverse ricette, rimanendo comunque sempre naturali.

Le 4 tappe che hanno segnato la storia della pasticceria nipponica

Anche se la maggior parte dei wagashi consumati attualmente sono fabbricati dall’epoca Edo, la loro storia è molto più antica…

1- La prima tappa è l’epoca Jômon (dal X secolo a.C. al III secolo a.C.), quando per via dell’assenza di agricoltura le persone vivevano ancora di raccolta nei boschi e di caccia.

Le occasioni di sfamarsi erano rare, si cercavano dunque il più possibile ingredienti calorici, e visto che lo zucchero non esisteva ancora, era nella frutta e specialmente nelle castagne che i giapponesi riuscivano a trovare la dose di glucidi per sopravvivere. Per gli abitanti dell’arcipelago i primi dolci erano quindi composti esclusivamente da prodotti vegetali.

In seguito per conservare meglio le castagne le fecero essiccare e le ridussero in farina. Scoprirono inoltre che erano più buone se accompagnate da uno sciroppo zuccherato ottenuto dal succo d’uva. Un nuovo tipo d’arte gastronomica cominciava a prendere forma……

2- La seconda tappa fu una vera e propria evoluzione, che avvenne durante l’epoca Nara, quando gli ambasciatori giapponesi, tornati dai viaggi in Cina, portarono all’imperatore numerose pasticcerie. Molto più che semplici frutti, erano composte da farina, pasta di soia e fagioli. L’utilizzazione di questi ingredienti modellabili permettevano agli uomini di dare la forma voluta alla preparazione.

Ispirati dalla natura e dalla poesia, i dolci cominciarono a prendere le forme più originali e piacevoli alla vista, come fiori, frutti, foglie e addirittura alberi.

Anche se sempre più frequenti e formate da ingredienti banali (ma al tempo costosi), queste pasticcerie erano considerate un lusso e venivano utilizzate solamente durante le cerimonie religiose.

Nasce inoltre il termine wagashi dove  “wa”, letteralmente pace e armonia, il termine scelto dai giapponesi per rappresentare il proprio paese, permetteva di differenziare i dolci nipponici da quelli d’oltre oceano.

3- La terza tappa fu l’importazione delle piante di té da parte del monaco Zen Eisai nel 1191. La bevanda aveva un aroma leggermente amaro e doveva essere accompagnata da qualcosa che ne bilanciasse il gusto. I pasticceri si applicarono allora per creare nuove ricette di wagashi sempre più dolci che potessero accompagnare il té durante la famosa cerimonia. Dato che questa pratica era fortemente influenzata dal buddismo zen, tutto doveva essere in sintonia con la natura, dalle ciotole ai vari strumenti passando ovviamente per i wagashi che cominciarono a prendere forme sempre più minute e naturali dai colori che rispettassero le stagioni.

4- La quarta e ultima tappa avvenne nel XVI secolo ancora una volta grazie dagli stranieri. Furono i portoghesi infatti che, portando zucchero e uova con il commercio, permisero ai pasticcieri giapponesi di far evolvere la produzione di wagashi. L’unificazione del Giappone realizzata nel 1603 dallo Shogun Tokugawa, permise a questi dolci di diffondersi e di uscire dalla ristretta cerchia delle cerimonie religiose. Si creò una concorrenza tra la pasticceria di Tokyo (all’epoca Edo) e Kyoto che portò gli artigiani a creare i wagashi più svariati e dai colori accesi, ovvero quelli che si consumano ai giorni nostri.

Purtroppo però l’apertura forzata del Giappone attuata dagli americani, all’inizio dell’era Meji decretò un’invasione della pasticceria europea nel suolo nipponico togliendo molta notorietà ai wagashi, ed è proprio per questo che i dolci giapponesi inventati dopo questo periodo non vengono considerati tali.

Fortunatamente alcune città come ad esempio Kyoto, famosa per sapersi rinnovare mantenendo forti le tradizioni, continuano grazie ai propri maestri artigiani, a preparare i wagashi proprio come prima del periodo Meji.

I vari tipi di wagashi

Da sottolineare il fatto che esistono quattro sottocategorie di wagashi:

  • Nama-gashi: che comprendono i dolci composti da farina di riso glutinoso, anko, e kanten (agar agar).
  • Hi-gashi: ovvero la forma secca dei wagashi.
  • Namban-gashi: i dolci portati dai portoghesi nel XVI secolo e diventati parte del quotidiano giapponese.
  • Zatsu-gashi: dolci semplici ed economici consumati quotidianamente da tutti. 

Ecco di seguito una carrellata dei più famosi

 

Nama-gashi

Mochi: Il Nama-gashi per eccellenza, formato da di riso glutinoso messo a bagno in acqua, e in seguito schiacciato e pestato sino all’ottenimento di una massa gommosa che viene divisa in piccole sfere. È spesso consumato in questa forma ma anche usato come base per altri dolci.

Daifuku: Si tratta di un piccolo mochi, farcito di un ripieno dolce, spesso anko, ma anche di piccoli frutti come la fragola.

Kushi-Dango: Ce ne sono di vario tipo, dolci salati e aromatizzati in vari modi. Sono palline di farina di riso e di riso glutinoso spesso infilzate in uno spiedino.

Yubeshi: Dolce di riso glutinoso, zucchero e soia, dalle varie forme e aromatizzato alla frutta, spesso allo Yozu.

Manju: Simile al Daifuku, ma l’impasto è formato da farina di riso e di grano saraceno. Durante il Momiji prendono la forma di foglie d’acero.

Nerikiri: Massa modellabile creata a partire da farina di riso glutinoso, zucchero e fagioli che viene colorata e alla quale vengono date le forme di fiori e frutti. È una preparazione molto artistica tipica di Kyoto.

Mizu-yokan: Tipica del periodo estivo, questa gelatina è formata da fagioli azuki, zucchero e kanten.

Kuzu-zakura: palline di anko (marmellata di fagioli azuki) ricoperte di gelatina.

Monaka: una specie di sandwich dove due cialde croccanti di mochi cotte al forno, vengono farcite con marmellata di fagioli, castagne o sesamo (e danno anche il nome ad un personaggio di Dragon ball super).

Hi-gashi

Sembei: Hi-gashi simili ai crackers ma preparati con farina di riso (e danno anche il nome al famoso professore di Dr Slump e Arale).

Rakugan: “biscottini” di farina di riso e zucchero. Accompagnano spesso il té verde durante la cerimonia.

Namban-gashi

Kasutera: Il più famoso dei Namban-gashi. Conosciuto anche come “Castella” è un dolce simile al pan di Spagna.

Kompeito: Caramelline colorate, fatte di zucchero e farina di mais.

Boro: Simile dalla forma agli amaretti, composto da farina, zucchero e uova.

Zatsu-gashi

Dorayaki: Famosissimo dolcetto (mangiato spesso dai protagonisti dell’anime Doraemon) formato da due dischi di impasto cotto di Kasutera e farcito con marmellata di azuki (nelle versioni più moderne anche nutella e custard). Se vi piacciono i Doraiaki non perdetevi il film “Le ricette della signora Toku“.

Tai-yaki: Dolce a forma di Orata (Tai) preparato con una normale pastella da pancake e farcito con vari ingredienti (anko, nutella, custard ma anche formaggio), cotto poi in una speciale piastra che gli darà l’insolito aspetto.

Ama-natto: Vari tipi di fagioli bolliti e ricoperti da una glassa di zucchero.

Daigaku-imo: Patate dolci arrostite con sciroppo e grani di sesamo, tipiche dello street food giapponese.

In molti, a dire il vero, essendo abituati alla golosissima pasticceria europea fatta di creme, cioccolato e impasti morbidi o croccanti, restano al primo acchito piuttosto delusi dai wagashi. È come al solito una questione di gusti, in questo caso per poter apprezzare dei dolci cosi particolari e diversi dai nostri bisogna provare ad abituarsi a gusto e consistenza, provandoli varie volte e pensando a come pian piano con l’evoluzione del Giappone sono stati creati.

 In ogni caso ITADAKIMASU!!!!!

Fare un viaggio in Giappone è il tuo sogno? Partecipa ai viaggi di gruppo organizzati da noi.

Se stai organizzando un viaggio "fai da te" in Giappone ma vuoi per qualche giorno una guida che parli italiano che ti faccia scoprire i lati nascosti del Paese del Sol Levante, usa il  nostro servizio di guide turistiche.

Scopri come partecipare a un corso di cucina giapponese in Giappone ospite di una famiglia giapponese.

Kaiseki, quando la cucina diventa un’arte perfetta

Kaiseki, quando la cucina diventa un’arte perfetta

Home » Cucina giapponese » Pagina 2

Tempo di lettura: 6 minuti

Da un punto di vista mondiale, la cucina giapponese si piazza sicuramente tra le migliori. Gli effetti benefici sulla salute e la raffinatezza estetica, sono due fattori essenziali del suo crescente successo. La semplicità e l’equilibrio nutrizionale, una profonda sensibilità artistica e un legame spirituale con la natura, sono le componenti chiave della sua immagine all’estero. Se tutte queste caratteristiche sono considerate come delle qualità specifiche della cucina giapponese attuale, sono addirittura ancora più radicate nella tradizione Kaiseki.

La cucina Kaiseki (Kaiseki Ryori) è generalmente considerata come l’alta gastronomia giapponese, ma in realtà ha giocato un ruolo molto più complesso e significativo nella storia dell’alimentazione giapponese.

[dipl_table_of_contents title=”Indice” title_background=”RGBA(255,255,255,0)” content_custom_padding=”5px|5px|5px|5px|true|true” admin_label=”DP Table of Contents” _builder_version=”4.27.4″ _module_preset=”default” title_font=”|600|||||||” title_text_color=”gcid-primary-color” number_text_color=”RGBA(255,255,255,0)” border_width_all=”0px” global_module=”263652″ locked=”off” global_colors_info=”{%22gcid-primary-color%22:%91%22title_text_color%22%93}”][/dipl_table_of_contents]
14 giorni in Giappone: l'itinerario che consiglio

Ho girato il Giappone da solo per anni, poi ho cominciato a portarci gli altri. Questo PDF è quello che consiglierei a un amico che parte per la prima volta: la sequenza giusta, i posti che non trovi negli altri itinerari, i numeri reali.

Scaricalo gratis, arriva subito via email.

banner pocketwifi 2025

La storia della cucina Kaiseki

Questo stile culinario è nato nel XVI secolo nelle ristrette cerchie d’élite che partecipavano alla cerimonia del tè fortemente influenzate dal buddismo zen. Nel XIX secolo cominciò ad essere utilizzato da dei ristoranti di alta gamma che piano piano trasformarono il carattere ritualistico e sereno di un pasto Kaiseki in un’esperienza gustativa e sensoriale per appassionati gourmet. L’ideale di cucina Kaiseki che conosciamo oggi, ovvero quello che mette l’accento sull’armonia tra cibo, vasellame in cui è servito e ambiente che circonda il pasto, si sviluppa invece durante il XX secolo grazie all’incredibile sensibilità di alcuni cuochi artisti di quel periodo.

Le caratteristiche della cucina Kaiseki

Un pasto Kaiseki infatti non si riassume solamente in un menu estremamente raffinato e sofisticato a livello del gusto, ma anche in una vera e propria composizione di forme, consistenze e colori che seguono rigorosamente le stagioni. Una cena di questa sontuosa cucina, è tradizionalmente composta da una successione di piccoli piatti, tutti differenti in termini di ingredienti, cottura e presentazione. Alcune delle caratteristiche imprescindibili che caratterizzano un pasto Kaiseki sono:

  • Gli ingredienti utilizzati imperativamente freschi di alta qualità e di stagione.
  • Le preparazioni saranno conformi alle basi della cucina giapponese tradizionale.
  • Temperature fredde e calde delle pietanze sono alternate.
  • Le consistenze delle pietanze sono alternate.
  • Essendo uno stile derivato dalla cucina tipica buddista comprenderà molti ingredienti vegetali.

Oltretutto per rendere l’insieme una vera e propria esperienza sensoriale, le preparazioni delle diverse pietanze non dovranno mai ripetersi ne nelle tecniche di cottura ne nella presentazione. Il vasellame in cui è servito gioca un ruolo cruciale, dato che il materiale, la forma e i colori sono in sintonia con la pietanza che contengono. L’insieme del pasto deve quasi rappresentare un quadro, visualmente e gustativamente.

I piatti della cucina Kaiseki

A seconda del ristorante e dello chef, l’ordine dei piatti in un pasto Kaiseki può variare, ma rimane comunque sempre composto da un numero che va dalle 6 alle 15 pietanze. Tra le portate più comuni troviamo:

  1. Sakizuke: L’assaggio iniziale, spesso Chawanmushi (flan di uovo salato).
  2. Su-zakana o Zensai: Solitamente tsukemono (sottoaceti giapponesi) o verdure cotte in brodo aromatico.
  3. Mokozuke: Sashimi di stagione.
  4. Nimonowan: Una zuppa, solitamente di miso, con altri ingredienti aggiunti.
  5. Yakizakana: Pesce grigliato.
  6. Aizakana: Pietanza al vapore.
  7. Shiizakana o Hassun: piatto forte, che comprende un pesce (o carne) e vari contorni. Può spesso essere un nabemono.
  8. Takiawase: Principalmente tofu e verdure.
  9. Mizumono: Dessert comprendente frutta di stagione.

Ovviamente la degustazione di un tale pasto non può avvenire in qualunque contesto. I giapponesi, adepti dell’armonia non permetterebbero mai che tale sinfonia di sapori forme e gusti avvenga in un luogo inappropriato. Ed è per questo che generalmente i piatti della cucina Kaiseki sono serviti in sale private. La maggior parte dei Ryokan o ristoranti che la servono, sono dei luoghi estremamente calmi e raffinati, a volte addirittura aperti su giardini zen, che permettono un’esperienza nella più classica delle atmosfere giapponesi.

Com’è facile intuire tutto questo ha un prezzo che ne consegue…. la raffinatezza e attenzione al dettaglio può arrivare a costare anche più di 300 euro a persona. La cucina Kaiseki per la sua complessità e per il suo elevato costo non è per tutti e personalmente per quanto incredibile la trovi, non me la sento di consigliarla a priori. Bisogna capire che va presa come un’esperienza da fare più che come un pasto per togliersi la fame o per assaggiare qualcosa di buono.

La si può vedere come la controparte “gastronomica” dei Ryokan, i costosi alberghi tradizionali giapponesi (che oltretutto servono spesso la cucina Kaiseki), certo unici e incredibili, ma non per questo più comodi di un normale Hotel. In ogni caso, se decidete di fare questa incredibile esperienza (che io da buon appassionato di cibo non posso che incitare) scegliete Kyoto come destinazione, ovvero la città considerata da tutti “la capitale della cucina Kaiseki” per via della sua moltitudine di proposte di ottimo livello. 

Infine un consiglio, se non è la complessità della cucina ma il prezzo che vi blocca, cercate ristoranti che preparino cucina Kaiseki per pranzo, visto che in quel caso i prezzi scendono e diventano più abbordabili. Non sarà proprio la stessa cosa (sopratutto per l’atmosfera) ma rimarrete senza dubbio comunque soddisfatti.

ITADAKIMASU!!!!!

Fare un viaggio in Giappone è il tuo sogno? Partecipa ai viaggi di gruppo organizzati da noi.

Se stati organizzando un viaggio "fai da te" in Giappone ma vuoi per qualche giorno un guida parlate italiano che ti faccia scoprire i lati nascosti del Paese del Sol Levante, usa il  nostro servizio di guide turistiche.

Scopri come partecipare a un corso di cucina giapponese in Giappone ospite di una famiglia giapponese.

I tipi di Sakè

I tipi di Sakè

Home » Cucina giapponese » Pagina 2

Tempo di lettura: 4 minuti

I tipi di sakè  che esistono in commercio sono tanti e bisogna trovare un metro comune per paragonarli, per cui ci rifacciamo all’autorevole Tokutei Meishoshu, ossia un documento ufficiale, redatto proprio in Giappone, che stabilisce le categorie di sakè alla fine di avere delle linee guida .

Scopri: Cosa (non) è il Sakè

[dipl_table_of_contents title=”Indice” title_background=”RGBA(255,255,255,0)” content_custom_padding=”5px|5px|5px|5px|true|true” admin_label=”DP Table of Contents” _builder_version=”4.27.4″ _module_preset=”default” title_font=”|600|||||||” title_text_color=”gcid-primary-color” number_text_color=”RGBA(255,255,255,0)” border_width_all=”0px” global_module=”263652″ locked=”off” global_colors_info=”{%22gcid-primary-color%22:%91%22title_text_color%22%93}”][/dipl_table_of_contents]

Categorie di Sakè

Le due categorie che comprendono tutta la classificazione sono quella dei sakè di tipo junmai e honjozo. Queste sono le due famiglie dalle quali poi si dipanano tutte le altre tipologie.

La differenza fondamentale da comprendere è che:

  • Nel tipo junmai le componenti sono solo ed esclusivamente riso, acqua e Koji.
  • Nel tipo honjozo invece è permesso aggiungere anche dell’ alcol etilico a fine produzione, addizionandolo alla base ma solo per estrarre il sapore e non per aumentare il grado alcolico.
14 giorni in Giappone: l'itinerario che consiglio

Ho girato il Giappone da solo per anni, poi ho cominciato a portarci gli altri. Questo PDF è quello che consiglierei a un amico che parte per la prima volta: la sequenza giusta, i posti che non trovi negli altri itinerari, i numeri reali.

Scaricalo gratis, arriva subito via email.

banner pocketwifi 2025

Grado di raffinazione del riso

Più il riso viene raffinato (perdendo quindi una parte della sua massa e arrivando al cuore del chicco) più il sakè sarà pregiato. Un esempio è il daiginjo che è raffinato al 50% ossia la metà del chicco viene scartato e resta solo la parte più interna e quindi ricca di elementi nutritivi.

Tipi di Sakè

I tipi di sakè sono 8, e si differenziano per certe caratteristiche, anche se per quanto possano essere dolci o secchi, fruttati o con uno spiccato senso del’ umami,  il miglior giudice è sempre il palato e quindi ognuno di noi può avere una percezione diversa.

Ginjo

Sakè dal buon aroma e poco acido con gradevole retrogusto. Da servire a temperatura ambiente, o leggermente freddo, o leggermente caldo. Non vanno superati questi estremi.

Daiginjo

Simile al suo predecessore ma con un grado di lavorazione maggiore ossia il 50 % ( a numero più basso corrisponde qualità migliore di raffinazione) .

Junmai e Tokubetsu Junmai

Sakè meno dolci e solitamente un po’ più acidi, anch’essi da servire a temperatura ambiente.

Junmai Ginjo

Un sakè limpido, leggero e fruttato, caratteristiche date dalla particolare fermentazione a bassa temperatura usata per produrlo.

Junmai Daiginjo

Considerato come il sakè più pregiato. Essendo un junmai non può essere addizionato con alcol e facendo parte della classe dei daiginjo ha una raffinazione molto elevata. L’unione di queste due caratteristiche da origine al re dei sakè

Honjozo e Tokubetsu honjozo

 Due Sakè dal sapore poco complesso che si possono  bere durante un pasto, perché non coprono il gusto del cibo.

Queste sono le tipologie principali ma non dimentichiamo che, al di fuori di questa classificazione, ne esistono altre tenenti conto di aspetti differenti della lavorazione del riso, come ad esempio il grado di invecchiamento.

Per iniziare a conoscere meglio il sakè è importante aver capito le caratteristiche principali che differenziano le tipologie e cominciare a berlo con più consapevolezza, imparando a riconoscere i sapori e cercando di capire le differenti qualità, così da poter scegliere meglio il sakè che più ci aggrada.

MATANE!

Fare un viaggio in Giappone è il tuo sogno? Partecipa ai viaggi di gruppo organizzati da noi.

Se stai organizzando un viaggio "fai da te" in Giappone ma vuoi per qualche giorno una guida che parli italiano che ti faccia scoprire i lati nascosti del Paese del Sol Levante, usa il  nostro servizio di guide turistiche.

Scopri come partecipare a un corso di cucina giapponese in Giappone ospite di una famiglia giapponese.

Yoshoku: la cucina giapponese in stile occidentale

Yoshoku: la cucina giapponese in stile occidentale

Home » Cucina giapponese » Pagina 2

Tempo di lettura: 8 minuti

Durante un viaggio in Giappone, fra le tante cose buone assaggiate, vi sarà sicuramente capitato di provare di qualcosa di familiare……di nuovo certo, ma molto simile a qualcosa di comune in occidente. Molto probabilmente si tratta di un piatto yoshoku.

[dipl_table_of_contents title=”Indice” title_background=”RGBA(255,255,255,0)” content_custom_padding=”5px|5px|5px|5px|true|true” admin_label=”DP Table of Contents” _builder_version=”4.27.4″ _module_preset=”default” title_font=”|600|||||||” title_text_color=”gcid-primary-color” number_text_color=”RGBA(255,255,255,0)” border_width_all=”0px” global_module=”263652″ locked=”off” global_colors_info=”{%22gcid-primary-color%22:%91%22title_text_color%22%93}”][/dipl_table_of_contents]

Le due categorie di piatti giapponesi

 In passato esisteva solo la cucina giapponese tradizionale, la washoku, ovvero quella che comprende piatti elaborati con l’utilizzo di ingredienti autoctoni giapponesi. Tra questi ingredienti (molti dei quali si trovano sempre nelle dispense dei nipponici) troviamo l’aceto, lo zucchero, la salsa di soya, il dashi e il miso. Di questi piatti è tipico esempio il Nabemono 

Ma il Giappone, che come molti sanno per secoli è rimasto chiuso e isolato dal resto del mondo, con l’avvento dell’era Meiji, che aprì le porte ai mercanti stranieri, cominciò pian piano ad “assorbire” usi e costumi esterni che cominciarono a modificare la quotidianità dei suoi abitanti.

Ne è chiaro esempio l’alimentazione, molti piatti di origine straniera cominciarono a essere imitati e divennero ben presto dei classici come ad esempio la famosa Tempura.  Nello stesso periodo grazie alla rivoluzione socio-politico-culturale in atto, che introdusse la carne, le abitudini alimentari sino a quel momento influenzate dalle religioni Shintoista e Buddista, quindi basate sul consumo unico di verdure, alghe, cereali e pesce, cominciarono drasticamente a cambiare.

L’imperatore, in quel periodo, promosse la cucina occidentale considerandola utile per il progresso del proprio paese, e causa principale della maggior fisicità dello straniero.  Da questo momento comincerà a formarsi un secondo ricettario giapponese, lo yoshoku, ovvero quello che comprende i piatti stranieri, rielaborati dai giapponesi con l’utilizzo di ingredienti locali (meno costosi) e adattati ai gusti nipponici.

I più famosi piatti giapponesi in stile occidentale 

Come saprete già, molti dei piatti “classici giapponesi” come il Sushi, il Ramen e la Tempura, sono di origine straniera (cinese per i primi due, portoghese per la terza). Esistono però molti altri piatti della quotidianità giapponese, ma meno blasonati all’estero, che derivano o che prendono spunto da cucine di altri paesi.

14 giorni in Giappone: l'itinerario che consiglio

Ho girato il Giappone da solo per anni, poi ho cominciato a portarci gli altri. Questo PDF è quello che consiglierei a un amico che parte per la prima volta: la sequenza giusta, i posti che non trovi negli altri itinerari, i numeri reali.

Scaricalo gratis, arriva subito via email.

banner pocketwifi 2025

Kare (Curry rice)

Questo è sicuramente il piatto Yoshoku che più rappresenta la categoria dei « nuovi piatti ». Di derivazione ovviamente indiana, ma importato in Giappone dagli Inglesi, era considerato all’inizio cibo per ricchi, ma in seguito, durante la guerra, utilizzato per alimentare i soldati e la popolazione, in quel periodo mal nutrita . Si diffonde cosi a macchia d’olio, tanto che è attualmente il secondo piatto più consumato dai giapponesi dopo il Ramen!! Consiste principalmente in una salsa addensata e speziata (più o meno piccante) in cui sono cucinate verdure, patate e carne e servita con riso. Ovviamente ne esistono moltissime varianti che comprendono differenti tipi di carni, pesci e molluschi o vegetariane. In alcuni locali servono addirittura tranci di pizza da intingerci dentro…….

Spaghetti Napolitan

E qui in molti sorrideranno, dato che i suddetti spaghetti, di napoletano hanno veramente poco. È, come nel caso del Kare, un piatto nato per nutrire soldati e popolazione nel periodo post guerra e diffusosi in seguito. In quel periodo, a Yokohama, in visita ad una base militare americana, un cuoco giapponese prese ispirazione da ingredienti apprezzati dagli statunitensi per creare questo piatto. La salsa degli spaghetti Napolitan, è composta infatti da funghi, peperoni verdi, cipolla, prosciutto (o würstel) e….Ketchup!

Omurice

La famosa omelette giapponese al riso e condimenti vari, servita spesso nei Maid café, dove  graziose ragazzine agghindate da cameriere si sbizzarriscono a decorarle con il Ketchup. Di chiara origine francese (Omurestsu-omelette, rice-riso quindi omu-rice), è una semplice omelette alla francese (quindi semi cruda all’interno) posata su un letto di riso condito (o farcita dello stesso) e accompagnata con salse per tutti i gusti. L’ultima volta ne ho mangiata una con salsa al mentaiko e funghi shimeji……

Torta Kasutera (Castella)

Una delle specialità di Nagasaki, probabilmente la città più influenzata, gastronomicamente parlando, di tutto il Giappone. È attraverso questa città infatti che i primi missionari viaggiatori approdarono nel paese del sol levante. Le influenze portoghesi si fanno sentire grazie a vari piatti, tra qui questo famoso dolce, da loro importato, più comunemente conosciuto come Castella (di cui Kasutera è la deformazione giapponese) o pane di Castiglia, quindi palesemente iberico. Diffusissimo ormai in tutto il paese è un dolce semplice e sofficissimo, simile ad un pan di Spagna ma meno friabile, composto da farina, zucchero, uova, latte, miele e mirin.

Korokke

Come già fa intuire il nome, le korokke sono le famose croquette francesi , ovvero delle preparazioni semi sferiche di patate e altre verdure impanate e fritte. Questa diffusissima pietanza si consuma spesso negli Izakaya come stuzzichino da accompagnare agli alcolici. Le ricette sono innumerevoli, ma la cosa che le contraddistingue e le differenzia dalle originali francesi, è la spessa panatura a base di panko….KROKKANTISSIMA!!

Tonkatsu

Il Tonkatsu è un’altro di quei piatti di origine portoghese importato il Giappone intorno alla fine del 1800 e adattato ai gusti dei nipponici. All’inizio veniva chiamato « katsuretsu » ovvero “cotoletta”, in seguito abbreviato in katsu ed era fatto con il manzo. L’attuale Tonkatsu (cotoletta di maiale) è nato nel 1890 in un ristorante specializzato in piatti occidentali nel quartiere di Ginza a Tokyo. Il piatto, conosciutissimo anche dagli occidentali, è composto da una spessa cotoletta di maiale, impanata all’inglese (farina, uovo sbattuto condito, pangrattato) con il panko e di seguito fritta. Servita comunemente con salsa Otafuku (la tipica salsa dolce), cavolo cinese affettato e riso, è apprezzatissimo da tutti!

Doria

Il Doria è uno dei piatti facente parte della categoria dei « gratin » (gratinati) francesi. Ovvero quella serie di pietanze cotte, cosparse di besciamella e di seguito cucinate in forno sino al formarsi di una crosticina croccante in superficie. In Giappone sono entrati ormai nella quotidianità, vi capiterà molto spesso se andate in un ristorante specializzato in un ingrediente, di trovare una declinazione di quest’ultimo gratinato. Il Doria nello specifico è un gratin composto da riso cosparso di salsa alla carne (simile al sugo bolognese), besciamella e formaggio e poi gratinato in forno.

Hambagu

L’Hamburger giapponese (da qui il nome) non è come si potrebbe pensare un panino farcito di carne macinata di manzo e altri ingredienti, bensì una polpetta di carne , ricoperta da una massiccia dose di salsa Gravy (salsa di carne densa tipica dei paesi anglosassoni) e accompagnata da verdure e patatine fritte. Servita spesso nei ristoranti per giovani o per turisti, è diffusissima, ed è sicuramente uno dei piatti che più ricordano visualmente la cucina occidentale.

Personalmente, essendo un “purista” della cucina non sono sempre attratto dai piatti yoshoku, per via dei gusti intensi e degli abbinamenti (a mio avviso) azzardati. Da ammettere però che alcuni di essi hanno il loro perché e meritano di essere provati, quindi se vi capita, mettete da parte i pregiudizi e assaggiate, assaggiate, assaggiate….ITADAKIMASU!!!!!

Fare un viaggio in Giappone è il tuo sogno? Partecipa ai viaggi di gruppo organizzati da noi.

Se stai organizzando un viaggio "fai da te" in Giappone ma vuoi per qualche giorno una guida che parli italiano che ti faccia scoprire i lati nascosti del Paese del Sol Levante, usa il  nostro servizio di guide turistiche.

Scopri come partecipare a un corso di cucina giapponese in Giappone ospite di una famiglia giapponese.

Cosa (non) è il Sakè

Cosa (non) è il Sakè

Home » Cucina giapponese » Pagina 2

Tempo di lettura: 4 minuti

Quando pensate al sakè come al “vino” di riso giapponese sappiate che commettete un errore . In realtà il sakè è la parola generica che in Giappone indica l’alcool. Pertanto a voler essere precisi la birra, il whisky, eventuali amari o prodotti fermentati con dell’alcool sono sakè . Quindi si confonde una parte per il tutto. Il vero nome del sakè se volete fare bella figura in Giappone è NIHONSHU(日本酒), dove NIHON(日本) significa Giappone e SHU(酒) alcol, pertanto abbiamo alcol giapponese! Per comodità lo chiameremo comunque Sakè.

[dipl_table_of_contents title=”Indice” title_background=”RGBA(255,255,255,0)” content_custom_padding=”5px|5px|5px|5px|true|true” admin_label=”DP Table of Contents” _builder_version=”4.27.4″ _module_preset=”default” title_font=”|600|||||||” title_text_color=”gcid-primary-color” number_text_color=”RGBA(255,255,255,0)” border_width_all=”0px” global_module=”263652″ locked=”off” global_colors_info=”{%22gcid-primary-color%22:%91%22title_text_color%22%93}” theme_builder_area=”post_content”][/dipl_table_of_contents]

Ricetta 

Fare il sakè è prima di tutto un’arte che richiede dedizione e passione perché il procedimento per produrlo è molto complicato.

La produzione di sakè inizia con un importante trattamento del riso il quale non contiene zuccheri, o meglio ne contiene una parte molto piccola e che non possono essere digeriti dai lieviti per trasformarsi in alcool. Pertanto il riso appena cotto viene cosparso da una muffa nobile , il koji, un fungo che attacca il riso e che è in grado di trasformare l’amido in zucchero, che solo successivamente grazie ai lieviti diverrà alcol.

14 giorni in Giappone: l'itinerario che consiglio

Ho girato il Giappone da solo per anni, poi ho cominciato a portarci gli altri. Questo PDF è quello che consiglierei a un amico che parte per la prima volta: la sequenza giusta, i posti che non trovi negli altri itinerari, i numeri reali.

Scaricalo gratis, arriva subito via email.

banner pocketwifi 2025

Miscela madre

Il fungo per poter operare al meglio deve avere temperatura e umidità entro certi parametri per cui le stanze dove riposa e agisce per 3 giorni, sono sempre meticolosamente controllate. Il successivo passaggio prevede la creazione di una miscela “madre” chiamata shubo, che contiene riso acqua, koji e una alta concentrazione di lieviti, che trasformeranno zuccheri in alcool. Ogni casa produttrice ha il suo lievito, molte usano la medesima tipologia industriale ma alcune usano un loro “lievito” madre tramandato da generazioni.

Spremitura

Questa trasformazione chimica dura tra i 15 e 30 giorni e alla fine porta alla nascita del moromi, ossia la “massa fermentata”. Anche questa è una operazione delicata e lunga che impiega diverse settimane per arrivare alla fine del ciclo che vedrà la vera e propria spremitura per ottenere il sakè che conosciamo. Il metodo tradizionale consiste nel mettere il riso fermentato in sacchi di tela e spremerli o lasciare che per gravità filtri il sakè, invece in quello industriale si usano macchinari appositi che pressano filtrando il moromi. 

La penultima fase, è quella della pastorizzazione e successivamente di imbottigliamento. Alcuni tipi di sakè non prevedono questa fase di pastorizzazione e vengono subito imbottigliati. La tipologia in questione è quella dei namazake ma è di difficile reperibilità soprattutto all’ estero perché la mancanza di pastorizzazione non elimina i batteri pertanto deve restare a basse temperature per evitare che vada a male e quindi il fattore temperatura è essenziale.

Scopri i tipi di sakè

Queste sono le fasi principali ma i produttori che usano ancora i metodi tradizionali mantengono al sicuro i segreti tramandati che usano per rendere il loro sakè unico. A chi vuole bere del buon sakè consiglio sempre di assaggiare uno prodotto con il metodo tradizionale…E  intanto KANPAI!

Fare un viaggio in Giappone è il tuo sogno? Partecipa ai viaggi di gruppo organizzati da noi.

Se stai organizzando un viaggio "fai da te" in Giappone ma vuoi per qualche giorno una guida che parli italiano che ti faccia scoprire i lati nascosti del Paese del Sol Levante, usa il  nostro servizio di guide turistiche.

Scopri come partecipare a un corso di cucina giapponese in Giappone ospite di una famiglia giapponese.

Nabemono: 10 piatti che riscaldano gli inverni giapponesi

Nabemono: 10 piatti che riscaldano gli inverni giapponesi

Home » Cucina giapponese » Pagina 2

Tempo di lettura: 9 minuti

Con le temperature che calano vertiginosamente e con pioggia e neve che la fanno da padrone, cosa c’è di meglio di un buon piatto fumante, magari da condividere con gli amici, per riscaldarsi? Il Nabemono (Nabe=pentola, Mono=cose) spesso abbreviato in Nabe, è uno stile di piatto invernale casalingo giapponese, che rappresenta più un concetto che una vera e propria ricetta. Il discorso è semplice: una pentola di argilla (Donabe) o di ferro (Tetsunabe), posata sopra un fornello a gas in mezzo al tavolo.

Nella pentola viene fatto sobbollire un brodo, nel quale vengono aggiunti vari ingredienti crudi, che variano da regione a regione. Questi ingredienti, comunemente carne, pesce, verdure e funghi (tutto ovviamente di stagione), a mano a mano che cuociono, vengono “ripescati” dal brodo e consumati dopo essere stati intinti in una delle varie salse di accompagnamento. Inoltre il brodo « restringendosi » acquisterà sapore (grazie soprattutto agli ingredienti bolliti all’interno). Questo tipo di preparazione rende quindi il piatto molto conviviale e adatto ad essere consumato da più persone contemporaneamente.

[dipl_table_of_contents title=”Indice” title_background=”RGBA(255,255,255,0)” content_custom_padding=”5px|5px|5px|5px|true|true” admin_label=”DP Table of Contents” _builder_version=”4.27.4″ _module_preset=”default” title_font=”|600|||||||” title_text_color=”gcid-primary-color” number_text_color=”RGBA(255,255,255,0)” border_width_all=”0px” global_module=”263652″ locked=”off” global_colors_info=”{%22gcid-primary-color%22:%91%22title_text_color%22%93}” theme_builder_area=”post_content”][/dipl_table_of_contents]

Nabemono nel mondo 

Questo piatto concettuale è diffusissimo in tutta l’Asia con il nome di Hot Pot, e potrete gustarlo tranquillamente (ovviamente con le modifiche dovute agli usi e costumi del posto) in tutte le regioni della Cina (in Sichuan è INFUOCATO), in tutto il sud est asiatico (sopratutto in Thailandia) e in Corea.

Qui in Europa, piatti molto simili nel concetto, ma dagli ingredienti molto diversi sono la Fonduta Bourguignonne (bocconcini di carne cotti nell’olio vegetale) e la fonduta al formaggio Svizzera (pane o patate intinte nel formaggio fuso).

14 giorni in Giappone: l'itinerario che consiglio

Ho girato il Giappone da solo per anni, poi ho cominciato a portarci gli altri. Questo PDF è quello che consiglierei a un amico che parte per la prima volta: la sequenza giusta, i posti che non trovi negli altri itinerari, i numeri reali.

Scaricalo gratis, arriva subito via email.

banner pocketwifi 2025

Nabemono in Giappone

Nel paese del sol levante questo famoso piatto è presente in vari forme a seconda della regione e della stagione. È talmente famoso che i giapponesi gli hanno dedicato anche una giornata, il 7 Novembre. Ecco a voi la mia top 10!

Shabu Shabu

Il piatto che più rappresenta i Nabemono (almeno per gli stranieri) è sicuramente lo Shabu Shabu, anche se effettivamente è più simile agli Hot Pot cinesi che ai veri Nabe, dove gli ingredienti vengono bolliti insieme e più a lungo. Composto spesso da fettine di carne (solitamente manzo) e verdure, cotte velocemente in brodo dashi e intinte infine in varie salse. Il brodo insaporendosi potrà essere consumato alla fine del pasto con dei noodels. Lo Shabu Shabu da cui il nome deriva dal rumore che fa il brodo nella pentola mentre sobbolle, è stato introdotto in Giappone all’inizio del ‘900, grazie al ristorante Suehiro a Osaka e si è diffuso velocemente in tutto il paese. Ne esistono differenti varianti a base di carne di animali, pesci e crostacei. Nel mio primo viaggio in Giappone ho avuto modo di provare un delizioso Shabu Shabu di balena.

Sukiyaki

Altro piatto di stile Nabemono molto conosciuto, nel quale viene utilizzato il Tetsunabe (pentola di ferro) per via della temperatura più elevata che il materiale di fabbricazione può raggiungere. Il piatto è composto quasi esclusivamente da carne di manzo finissima ( in passato veniva chiamato “Gyunabe” ovvero pentola di manzo), funghi, porro, cavolo cinese, tofu e a seconda della stagione altri ingredienti come la zucca. Il tutto viene cotto molto velocemente nella pentola di ferro riscaldata e con un po’ di intingolo a base di shoyu, dashi, mirin e zucchero che rendono questo piatto dolciastro e succulento. Il boccone va poi per tradizione intinto nell’uovo crudo sbattuto, prima di essere consumato. Se volete toccare il cielo con un dito fate come me, andate a Takayama (o nella prefettura di Hida) e assaggiate il Sukiyaki di Hida wagyu….

Oden

Se siete adepti dello Street Food come il sottoscritto, da provare assolutamente questo piatto onnipresente in inverno nei veri yatai ambulanti nonché nei piccoli izakaya tradizionali. Si tratta semplicemente di un brodo dashi con aggiunta di un po’ di shoyu nel quale vengono fatti sobbollire e conservati al caldo vari ingredienti quali tofu, uova sode, daikon, konnyaku (una gelatina vegetale), ganmodoki (una specie di polpetta di tofu, uova e verdura), kamaboko (polpette di pesce), kabocha (una varietà di zucca) ecc. È un piatto riconfortante tipico della regione del Kanto, dove è conosciuto anche come Kanto-ni ovvero ragù del Kanto.

Chanko Nabe

Il piatto reso celebre dai lottatori di sumo! Essendo un piatto sano e carico di proteine quali carne, pesce e uova ma anche di molte verdure di stagione, è comunemente consumato da questi corpulenti sportivi in dosi massicce. È simile in tutto e per tutto a uno Shabu Shabu, a differenza della quantità più elevata di ingredienti proteici, e del riso, servito in grosse quantità a parte. Al ristorante Yokozuna nel quartiere Shinsekai a Osaka, se avete coraggio, potrete provarlo.

Motsunabe

Il Nabemono del sud, originario di Hakata (Fukuoka) dove le componenti principali sono la trippa di manzo o maiale (motsu) e le verdure cotte nel brodo. Come spesso succede nelle zone del sud viene aggiunta una buona dose di aglio e peperoncino.Il Motsunabe è un piatto molto comune ed economico nel Kyushu, che viene sempre accompagnato dal famoso umeshu (tipico liquore di patate dolci).

Kaninabe

Questo delizioso Nabemono a base di granchio è tipico delle zone costiere ma ahimè, visto l’ingrediente principale, spesso piuttosto costoso….fregatevene del prezzo e assaggiatelo assolutamente, si vive una volta sola!

Kimchi Nabe

Nabemono “coreanizzato” dove il brodo è insaporito con il kimchi, la famosa e piccantissima verdura fermentata coreana.

Ishikari Nabe

Tipico dell’Hokkaido, dove il brodo è addizionato di miso bianco e al suo interno vengono fatti bollire tagli di salmone (pesce tipico del nord del Giappone) e varie verdure.

Asuka Nabe

Originario della città di Nara a base di latte vaccino, brodo di pollo, funghi, cavolo cinese e verdure di stagione. Il profumo mentre cuoce è delizioso!

Dojo Nabe

il “crudele” Nabemono di Tokyo, dove per tradizione il cobile, piccolo pesce d’acqua dolce (simile al pesce gatto) utilizzato nella ricetta, viene immerso prima nel sakè freddo e poi cotto ancora vivo nel warishita, brodo a base di mirin, miso e salsa di soia, al quale vengono poi aggiunte diverse verdure di stagione.

Questi sono solo alcuni dei più conosciuti Nabemono che potrete assaggiare durante una visita in Giappone, quindi se siete nel paese del sol levante durante i mesi freddi dell’anno, non indugiate e provate quello che più corrisponde ai vostri gusti, riscalderà rendendo più piacevole il vostro viaggio…. ITADAKIMASU!!!!!

Fare un viaggio in Giappone è il tuo sogno? Partecipa ai viaggi di gruppo organizzati da noi.

Se stai organizzando un viaggio "fai da te" in Giappone ma vuoi per qualche giorno una guida che parli italiano che ti faccia scoprire i lati nascosti del Paese del Sol Levante, usa il  nostro servizio di guide turistiche.

Scopri come partecipare a un corso di cucina giapponese in Giappone ospite di una famiglia giapponese.