È il mattino del primo di gennaio a Tokyo. Seduto in un vagone della metro, sono uno dei pochi passeggeri e dal finestrino guardo la capitale del Giappone e vedo strade quasi deserte e negozi chiusi. A capodanno Tokyo si ferma, è un giorno di vacanza per quasi tutti i giapponesi e molti si recano ai templi per i riti di buon auspicio per il nuovo anno. Ai templi e santuari più famosi si formano lunghe code non solo di giapponesi ma anche di turisti, per cui ho deciso di andare a Nihonbashi e fare qualcosa di ancora più tradizionale: il pellegrinaggio dei 7 santuari delle Divinità della Fortuna.
Ho girato il Giappone da solo per anni, poi ho cominciato a portarci gli altri. Questo PDF è quello che consiglierei a un amico che parte per la prima volta: la sequenza giusta, i posti che non trovi negli altri itinerari, i numeri reali.
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Il pellegrinaggio dei 7 santuari delle divinità della fortuna
Le 7 divinità della fortuna
Le shichifukujin, o 7 divinità della fortuna, hanno origine antica ma solo una, Ebisu, è di origine giapponese. Alcune sono derivazioni di divinità induiste come: Benzaiten, Bishamonten, Daikokuten; le altre, Fukurokuju, Hotei, Jurojin si pensa siano di origine cinese. Sono sempre stati Dei venerati da diverse classi sociali che rivolgevano loro preghiere per avere beneficio e successo nelle proprie professioni ma è dal 1400 che vengono sempre rappresentate in gruppo e ancora oggi sono tra le più venerate in Giappone per avere in cambio fortuna.
Nihonbashi
Sono molti i santuari dedicati alle 7 divinità in Giappone e a Tokyo si possono scegliere diversi pellegrinaggi da fare, la mia scelta è caduta su quello del quartiere di Nihonbashi dove il pellegrinaggio è molto sentito dagli abitanti per via dell’anima commerciale del quartiere. Dopotutto fin dal periodo Edo, Nihonbashi é stata una zona mercantile, oltre a essere il punto di arrivo della Nakasendo, l’antica via postale che collegava Edo a Kyoto. Secoli dopo sempre a Nihonbashi apre il primo grande magazzino della catena Mitsukoshi e il mercato ittico predecessore di quello di Tsukiji. E ancora oggi Nihonbashi è il centro finanziario di Tokyo. Si sa che negli affari ci vuole anche fortuna ed è un bene avere delle divinità portafortuna al proprio fianco per cui ogni capodanno negozianti, manager e commercianti con la propria famiglia vanno in visita ai 7 santuari, pregano e acquistano amuleti, tanti amuleti…
Koami Jinja
Per iniziare il pellegrinaggio dei 7 santuari scendo alla stazione di Nihonbashi e a piedi in un quartiere completamente deserto raggiungo il primo santuario: Koami Jinja. Mentre mi avvicino incrocio una lunghissima fila di persone in attesa di entrare a pregare in questo piccolo santuario incastrato tra due edifici. Il Koami jinja fondato nel 1466 è la dimora della divinità della ricchezza Zeni-arai-no-i, secondo la tradizione purificando delle monete nel pozzo del santuario e custodendole nel portafoglio come amuleti dovrebbero portare fortuna nel guadagnare denaro. Dalla mia visita non sono diventato ricco ma è anche vero che non ho fatto la fila perché il mio interesse era per l’altra divinità venerata al santuario: Fukurukuju. Rappresentato come un vecchio dalla testa pelata a forma di cetriolo è una delle 7 divinità della fortuna, il suo nome è formato dai kanji che significano felicità-richezza-longevità. Come già detto non sono diventato ricco, per cui la combo Zeni-arai-no-i + Fukurukuju non mi ha portato fortuna in quel senso, felicità? Come direbbe Tonino Carotone: a momenti. Longevità? È ancora presto per dirlo ma speriamo…
Chanoki Jinja
Seconda tappa è Chanoki Jinja, conosciuto anche come il santuario dell’Albero da Tè perché un tempo era circondato da prati verdi e “alberi da tè”. Arrivando mi accorgo che prati e alberi hanno lasciato spazio però ad asfalto e cemento. Come si intuisce dalle due statue di volpe ai lati dell’entrata questo piccolo santuario è dedicato a Inari, la divinità shintoista del riso e dell’abbondanza. Ma dal 1985 è venerato anche Hotei una delle 7 divinità della fortuna. Conosciuto, erroneamente, in occidente come il Buddha che ride, Hotei è rappresentato come un monaco grassoccio sempre sorridente che ama essere circondato dalle persone e in particolare dai bambini, e secondo la tradizione porta felicità e abbondanza.
Suitengu Jinja
Il terzo santuario che visito è il Suitengu Jinja, è il più grande e importante del pellegrinaggio perché qui si viene a pregare per riuscire a concepire dei figli e avere un parto sicuro. Il santuario si trova in una posizione sopraelevata rispetto alla strada perché è costruito sopra a un sistema antisismico per proteggere le mamme e i bambini in visita. Inoltre nel 2018 in occasione del 200° anniversario dalla fondazione del santuario l’edificio principale è stato ricostruito per questo tutto appare fin troppo perfetto e moderno. Al mio arrivo c’è molta gente in coda, soprattutto giovani coppie, donne incinte e genitori con bambini nati da poco, tutti in attesa di poter pregare Suiten, il dio dell’acqua, ma anche Benzaiten l’unica delle 7 divinità dalle sembianze femminili i cui benefici sono portare saggezza, eloquenza e conoscenza a chi la prega. In molti vengono qui anche per fotografare nel cortile del santuario la statua di un cane con il suo cucciolo ma a colpirmi è stata un’altra statua, quella di un Kappa femmina che allatta il suo piccolo. Il Kappa è una creatura del folklore giapponese che ho visto rappresentata in molti modi durante i miei viaggi in Giappone ma solo qui al Suitengu ho avuto l’occasione di vedere una statua di un Kappa così particolare che rappresenta la maternità. La visita al santuario e l’incontro con Benzaiten mi ha portato un po’più di saggezza? Forse sí o forse sto solo invecchiando e si sa che con gli anni teoricamente si diventa più saggi…
Matsushima Jinja
Faccio un po’ fatica a trovare il quarto santuario perché non potevo immaginare che “quello” era il Matsushima Jinja. Di santuari circondati da condomini ne ho visti molti a Tokyo ma mai mi era capitato di vederne uno dentro un condominio. In pratica hanno costruito un edificio di molti piani attorno al santuario e se non fosse per il torii rosso all’esterno lo si potrebbe scambiare per la reception del palazzo. E pensare che il Matsushima Jinja ha più di 700 anni di storia e che a quel tempo al posto del condominio c’era un’isola ricoperta di pini circondata dal mare, e da qui il nome Matsu, pino e shima, isola. Al Matsushima Jinja si venerano ben 14 divinità, dopotutto è un condominio e tra i condomini c’è anche Daikoku, la divinità della fortuna protettrice dell’agricoltura e ovviamente della casa (e dei condomini?) che porta abbondanza e ricchezza.
Suehiro Jinja
I successivo santuario è il Suehiro Jinja, anche questo è piccolo e incastrato tra due edifici. La cosa che lo rende interessante è la sua storia. Attorno al 1600, prima di Nihonbashi, qui si trovava Yoshiwara il quartiere a luci rosse di Edo e il santuario era dedicato a Inari che veniva venerata come il guardiano del quartiere. Quando nel 1675 durante i lavori di ristrutturazione dell’edificio principale fu trovato un suehiro, un ventaglio che si regala agli sposi durante un matrimonio e che secondo la tradizione porta fortuna il santuario ne prese il nome e divenne anche la dimora di Bishamonten una delle divinità della fortuna ma anche dio della guerra e dei guerrieri. Bishamonten viene rappresentato in armatura, in una mano ha una lunga lancia e nell’altra una pagoda in cui è contenuto il suo potere divino che dona a chi lo prega. Oggi ci sono molte persone in attesa per la preghiera che hanno attratto la mia attenzione ma sono sicuro che in un altro giorno dell’anno non mi sarei nemmeno accorto della sua presenza perché a Tokyo di santuari così ce ne sono molti. Mi chiedo se, come per il Suehiro Jinja, per ogni piccolo e anonimo santuario che ho incrociato ci sia sempre una leggenda o storia affascinante legata all’origine. Probabilmente la risposta è: si.
Kasamainari jinja
Il santuario Kasamainari jinja è il sesto del mio pellegrinaggio e almeno questo non è stritolato tra gli edifici ma è circondato da un piccolo, ma curato, giardino. Da come si può intuire dal nome e dalle statue di volpi il santuario è dedicato a Inari, la dea dell’abbondanza, ma come negli altri casi il santuario è devoto anche a una delle divinità della fortuna: Jurojin. Un vecchietto alto 90 centimetri dalla lunga barba bianca che incarna il dio della longevità. L’importanza del santuario deriva dall’essere la filiale a Tokyo del Kasamainari di Ibaraki, uno dei tre santuari dedicati a Inari più importanti del Giappone. Se il Kasamainari di Ibaraki viene visitato da 3 milioni di persone all’anno questa filiale a Nihonbashi credo non abbia lo stesso seguito, dopotutto anche a capodanno in attesa c’erano solo poche persone.
Suginomori Jinja
Termino il pellegrinaggio con il Suginomori Jinja. Fondato più di 1000 anni fa è uno dei più antichi di Tokyo. Distrutto e ricostruito più volte l’attuale risale al 1931, la particolarità del santuario è il colore bianco degli edifici, una cosa che raramente ho visto. A Suginomori viene venerato Ebisu che tra le 7 divinità della fortuna è il protettore dei pescatori e dei mercanti. Sapendo che per Nihonbashi il commercio è sempre stato importante mi sarei aspettato un santuario più grande nonostante le sue dimensioni siano di molto superiori a quelle di altri santuari che ho visitato durante il mio pellegrinaggio. Come spesso accade nella tradizione shintoista la devozione e importanza di un santuario non è rappresentata dalla sua dimensione, o non solo da questa, ma dai Matsuri, i festival religiosi. Ogni 3 anni a maggio si svolge il Reitaisai dove tutto il quartiere partecipa alla processione che parte dal Suginomori e porta per le strade del quartiere un pesante mikoshi, una sorta di portantina con un santuario portatile che custodisce temporanemente la divinità. Anche oggi sono molte le persone in attesa per pregare e sicuramente alcuni sono i proprietari dei negozi che ho visto chiusi camminando per Nihonbashi che sono venuti a chiede a Ebisu prosperità per la propria attività, e visti i tempi ce n’è sempre bisogno!
Mi lascio alle spalle Suginomori e mi dirigo alla vicina stazione di Shin-Nihonbashi con la certezza di aver partecipato a qualcosa di molto sentito dai giapponesi, che forse non avrò compreso fino in fondo ma che mi ha aiutato ad avvicinarmi al loro modo di vivere la tradizione e la spiritualità. Il pellegrinaggio dei 7 santuari delle divinità delle fortuna non lo consiglio per la bellezza dei santuari, che da come avete capito spesso non sono nulla di così particolare, ma per la possibilità unica di partecipare a un rito più intimo e sentito che il semplice “andare al tempio a capodanno” come fanno molti turisti.
Mappa dei 7 santuari
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